sport

Spalle alla bandiera, Usa divisi

Giovane cestista protesta per la guerra

In principio fu il Vietnam e Mohammed Alì. Quando l’allora campione del mondo dei pesi massimi si rifiutò di rispondere alla cartolina precetto, disposto a rischiare il carcere e a vedere la sua carriera sportiva buttata alle ortiche pur di non partecipare a una guerra in cui credeva, gli Stati Uniti si divisero. Ma anche Tommie Smith e John Carlos, le "Black Panthers" che a Città del Messico con i loro i pugni alzati misero sul banco d'accusa l'anima di un Paese che a volte fa fatica a fare i conti con se stesso: pagarono anche loro, cacciati dalla squadra e messi al bando dal mondo dell'atletica. Lo sport ogni tanto esce dal suo guscio ovattato ed entra a piedi uniti nelle coscienze della gente che si trova costretta a pensare e reagire di fronte alle prese di posizione scomode dei suoi idoli.

Oggi non è un campione del mondo o un campione olimpico a dividere gli Stati Uniti, ma una ragazza di 21 anni fino a qualche settimana fa sconosciuta ai più. Si chiama Toni Smith, gioca a pallacanestro nella squadra universitaria del Manhattanville, e la sua storia, iniziata come una protesta ferma ma sottovoce, e arrivata sino alle colonne del New York Times, diventando un caso nazionale. Cosa ha fatto di così clamoroso? Ha voltato le spalle alla bandiera americana, e ha deciso di farlo nel momento più solenne, quello dell’inno nazionale suonato prima di ogni partita. Per protesta, nei confronti di un paese, a suo dire, che se ne frega dei poveri, degli emarginati, ma che è pronto a buttarsi a capofitto in una guerra assurda. All'inizio il gesto di Toni passa sottotraccia, il preside della scuola non la difende ma nemmeno l’attacca, si limita a sottolineare la necessità di rispettare le opinioni di tutti, anche quando non si è d’accordo con loro. E d’altra parte la costituzione americana la libertà d’opinione l’ha messa al primo posto, nel primo emendamento. I guai cominciano quando qualcuno, meno tollerante del preside Berman, nota il gesto e contesta, platealmente, sempre più forte: fischi, cori. "Se non rispetti la bandiera non rispetti il tuo paese e tutti coloro che sono morti per esso" le urlano dalle tribune.

E solo l’inizio di un passaparola che porta nei palazzetti dove il Manhattanville gioca gruppi organizzati con bandiere americane e pronti a fischiarla ogni volta che tocca il pallone. Ma come la guerra divide le coscienze del paese, il caso di Toni divide le tifoserie: ai contestatori rispondono prontamente coloro i quali la appoggiano, sia che ne condividano le idee sia che vogliano semplicemente difendere la sua libertà di poterle esprimere. I media accorrono richiamati dal tam tam e il New York Times lancia la storia, innescando inevitabilmente reazioni contrapposte. "Non ho mai voluto che questo diventasse un caso nazionale - dice la cestista - l'ho fatto solo per un senso di rispetto verso me stessa e verso la mia coscienza". Un caso che ha fatto dimenticare che quella ragazza (con la sua media di 8,2 rimbalzi a partita) dopotutto sta trascinando Manhattanville alla miglior stagione della sua storia.