Negli ultimi anni, la consapevolezza sui disturbi alimentari è aumentata. Ciò non si è tradotto, tuttavia, in una diminuzione dei casi. Al contrario, questi ultimi sono "in costante aumento e si modificano, dando vita a nuove pericolosi declinazioni come la diabulimia o la drunkoressia", come spiega, in occasione della XV Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla, a Tgcom24 Laura Dalla Ragione, psichiatra referente DCA per la Regione Umbria nonché direttrice del Numero Verde "SOS Disturbi alimentari". L'esperta sottolinea, inoltre, che "c'è ancora molta strada da fare per garantire una rete completa di assistenza in tutte le regioni italiane e che tutti dovrebbero avere diritto alle cure". Infine, Dalla Ragione invita alla prudenza sui modelli di immagine diffusi sui social e lancia un appello: "Basta giudizi sul corpo".
Dottoressa, qual è il quadro attuale sui disturbi alimentari in Italia?
Dall'ultima rilevazione del Ministero della Salute, risulta, purtroppo, che i disturbi della nutrizione e dell'alimentazione sono in costante aumento e che sono circa 3 milioni le persone colpite, di cui il 30% è under 14. Si constata, quindi, un abbassamento dell'età di esordio. Poi, sono comparsi anche i maschi, che erano invece quasi inesistenti fino a 10 anni fa: nella fascia tra i 13 e i 17 anni sono il 20%. Le patologie prevalenti sono tre: l'anoressia nervosa, che è quella più conosciuta ed è caratterizzata dalla perdita di peso tramite digiuni e iperattività fisica; la bulimia nervosa, caratterizzata da grandi abbuffate con metodi di compenso, quindi vomito autoindotto, iperattività fisica, lassativi e diuretici, e il disturbo di alimentazione incontrollata o binge eating disorder, contraddistinto da grandi abbuffate senza metodi di compenso. Quando parliamo di abbuffata, sia nella bulimia sia nel disturbo di alimentazione incontrollata, non intendiamo quello che normalmente per noi significa 'ho mangiato troppo', ma di un'ingestione dalle 3mila alle 30mila calorie (quindi otto colombe di Pasqua, tre chili di gelato) in un arco di tempo che è inferiore a 2 ore e che quindi nulla ha a che vedere con il piacere del cibo, con la fame o la sazietà, anche perché avviene di nascosto. È come se si trattasse di una sorta di food addiction, dove il cibo diventa come una droga.
Qual è o quali sono il/i disturbo/i prevalente/i tra questi tre attualmente?
La bulimia nervosa e il disturbo di alimentazione incontrollata. I disturbi alimentari hanno una caratteristica: aumentano, ma si modificano. Accanto ai tre prevalenti, infatti, ci sono tutta una serie di nuovi disturbi che ancora non sono stati inseriti nel manuale diagnostico degli psichiatri (il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders redatto dall'American Psychiatric Association, ndr) - la cui ultima edizione, DSM-5, risale al 2013 -, ma di cui c'è già letteratura scientifica.
Quali?
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Laura Dalla Ragione
La bigoressia, dall'inglese big (grosso), che colpisce soprattutto i maschi ed è un'ossessione per la massa muscolare per la quale si fanno ore e ore di estenuanti allenamenti, ma i colpiti si vedono sempre poco tonici, poco muscolosi e in realtà sono ipertrofici, super allenati; hanno una perenne insoddisfazione corporea, quindi cominciano ad assumere steroidi anabolizzanti, e soprattutto tendono a isolarsi socialmente, perché fanno solo allenamento. Poi c'è un disturbo che si chiama ortoressia, che è l'ossessione del mangiare sano (dal greco orthos, cioè giusto) e riguarda tutte quelle persone che cominciano a eliminare grandi categorie di cibi, perché hanno paura che siano avvelenate, contaminate, facciano male; praticamente non mangiano quasi più niente per paura di ammalarsi.
Un altro disturbo che ci dà molta preoccupazione si chiama diabulimia - la crasi è tra diabete e bulimia - che colpisce le ragazze e i ragazzi con diabete di tipo 1, i quali non si somministrano l'insulina per dimagrire, procurandosi dei danni molto elevati. Nei ragazzi - soprattutto negli adolescenti - stiamo poi riscontrando la drunkoressia, dall'inglese drunk (ubriaco): dato che l'alcol contiene calorie, evitano di mangiare tutto il giorno oppure già dal giorno prima per poter bere la notte. Infine, stiamo rilevando anche nei giovani adulti l'Arfid (Avoidant Restrictive Food Intake Disorder), che, a differenza dei sopracitati, è stato inserito nel 2013 nel manuale diagnostico degli psichiatri, il DSM-5, e che prima interessava solo i bambini. Chi è colpito mangia una gamma molto ristretta di cibi: per esempio, solo bianchi o frullati, solo freddi o caldi. Riguarda per il 60% i maschi e per il 40% le femmine.
Secondo lei c'è più consapevolezza sui disturbi alimentari rispetto al passato?
Sicuramente sì, però bisogna fare ancora parecchia strada. In particolare, è necessario svolgere un grande lavoro per l'intercettazione precoce che coinvolge medici di base, pediatri e anche la scuola, il mondo sportivo.
Cosa si è fatto e cosa si può fare ancora?
Esiste una mappa dell'Istituto Superiore di Sanità, www.piattaformadisturbialimentari.iss.it, che ci fornisce una fotografia dei centri presenti in Italia, che sono circa 150. Sembrano tanti, ma in realtà sono pochi rispetto al numero delle persone colpite, il quale, tra l'altro, probabilmente è sottostimato perché molti non arrivano nemmeno alle cure. I disturbi alimentari, infatti, hanno anche un'altra caratteristica: non c'è la consapevolezza di malattia. Essendo una patologia psichiatrica, le persone colpite sono convinte di stare bene e quindi non chiedono aiuto. Nonostante questo, la metà delle regioni italiane non ha una rete completa di assistenza, magari ha degli ambulatori, ma non strutture di day hospital o residenziali. E poi i centri sono diffusi a macchia di leopardo, sono presenti soprattutto al Centro-Nord e questo crea una migrazione continua, viaggi della speranza di persone che per trovare la struttura specializzata devono spostarsi di 800 chilometri. Parliamo, oltretutto, di patologie per le quali non si guarisce in un mese: la media di un trattamento per i disturbi alimentari è di circa due anni.
Inoltre, in Italia solo nel 2025, i decessi per malattie legate ai disturbi dell'alimentazione sono stati 3.563. Le cause di morte sono collegate alle complicanze mediche - per esempio malnutrizione, arresto cardiocircolatorio, equilibrio elettrolitico - e all'alto tasso di suicidio. I dati sulla mortalità sono in aumento, ma molto disomogenei sul territorio: si muore di più nelle regioni dove non ci sono strutture specializzate. Questo fa capire quanto facciano la differenza la diagnosi precoce e il trattamento, quanto sia importante intercettare le persone e poterle curare. Personalmente, mi arrabbio molto quando leggo titoli come "Morta di anoressia", 9 volte su 10 non è andata così, bensì la persona è morta perché non è stata curata di anoressia. I disturbi alimentari si curano, la percentuale di guarigione di chi viene seguito in un centro specializzato in Italia è intorno al 90%, quindi stiamo parlando di patologie curabili dopo le quali le persone possono tornare a fare la loro vita di prima, però alle cure devono arrivarci.
Quanto è importante dosare il linguaggio anche sui social per prevenire i disturbi alimentari?
È fondamentale. Chiaramente i social non sono la causa dei disturbi alimentari, però hanno contribuito moltissimo alla diffusione e all'amplificazione di alcuni fenomeni. I modelli di immagine corporea che ragazze e ragazzi vedono in rete sono prevalentemente irreali, foto prima solo photoshoppate, ora proprio create con l'intelligenza artificiale. Le giovani e i giovani si rapportano, quindi, a quelle immagini e si crea un fenomeno che è l'insoddisfazione corporea - cioè avere continuamente la sensazione di non avere un corpo giusto -, un fattore di rischio per entrare in un disturbo alimentare. Inoltre, le parole sono importanti; c'è certamente un lavoro da fare - e bisognerebbe iniziare già a scuola - anche sul non esprimere sempre giudizi sul corpo, sulle parti del corpo, sul peso, perché effettivamente è un'usanza molto radicata.
Un messaggio che vuole lanciare in occasione della Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla?
Che tutti dovrebbero avere diritto alle cure. Inoltre, che ognuno di noi, nella propria vita quotidiana, in ambito familiare, scolastico, sportivo, sui social ecc., dovrebbe imparare a non usare parole che possano offendere l'altro o stigmatizzanti. Proviamo, è uno sforzo che dovremmo fare tutti! Ognuno di noi può cercare di non usare continuamente giudizi sul corpo. Ognuno ha il suo corpo, che è la propria casa, non è bella o brutta, è quella con cui abita il mondo e quindi tutti dovrebbero sentirsela adeguata, non giudicata, ma accettata.