"Uno shock stagflazionistico sostanziale." Con queste parole il commissario Ue all'Economia Valdis Dombrovskis ha acceso un faro su uno degli scenari più temuti dagli economisti, parlando prima dell'Eurogruppo a Bruxelles. Il rischio, secondo Dombrovskis, dipende dalla durata e dall'ampiezza del conflitto in Medio Oriente: se dovesse protrarsi oltre due settimane e portare a interruzioni delle spedizioni nello Stretto di Hormuz o ad attacchi alle infrastrutture energetiche nei paesi del Golfo, le conseguenze potrebbero essere pesanti per l'economia globale ed europea. Ma cosa significa esattamente stagflazione, perché fa così paura e cosa succederebbe se si materializzasse davvero?
Una parola da temere -
La stagflazione è forse la condizione più insidiosa che un'economia possa attraversare: da un lato la crescita economica che si ferma o arretra, dall'altro i prezzi che continuano a salire erodendo redditi e margini. La Banca centrale europea la descrive come un contesto in cui l'attività economica ristagna mentre l'inflazione resta alta, colpendo insieme famiglie, imprese e chi deve gestire la politica monetaria. La parola stessa nasce dalla fusione di stagnazione e inflazione, ed è già questo mix lessicale a raccontare il problema: due mali che di solito non vanno insieme, ma che in certi momenti storici si presentano in simultanea.
I precedenti -
L'esempio più celebre resta quello degli anni Settanta, quando il mondo occidentale fu travolto dal primo shock petrolifero, nel 1973. I paesi arabi dell'Opec tagliarono la produzione di petrolio in risposta al sostegno occidentale a Israele durante la guerra del Kippur. Il prezzo del greggio quadruplicò in pochi mesi, l'inflazione galoppò e la crescita si bloccò. Ci vollero anni di politiche monetarie durissime per uscirne. Oggi le tensioni tra Israele, Stati Uniti e Iran riportano in primo piano lo stesso meccanismo. Il 9 marzo il Brent si è avvicinato ai 120 dollari al barile, il livello più alto dal 2022, mentre cresceva l'allarme per la sicurezza delle forniture dal Golfo e per il traffico nello Stretto di Hormuz.
Il petrolio come detonatore -
Quando il prezzo del petrolio sale, il rincaro non va in carico soltanto alle compagnie energetiche ma si trasferisce lungo tutta la filiera produttiva. La Banca mondiale ha stimato che un aumento del 10% del prezzo del petrolio può tradursi in circa 0,35 punti percentuali in più di inflazione globale nell'arco di un anno. È il classico shock di offerta: non cresce la domanda, ma aumenta il costo di produrre, trasportare e distribuire beni. E quando il motore dell'economia costa di più, tutto il sistema inizia a subire pressione. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale, è in questo senso il punto più delicato del pianeta: bastano segnali di instabilità in quella zona per far scattare l'allarme sui mercati globali.
Dal distributore al carrello della spesa -
Il primo effetto visibile di uno shock energetico è sui carburanti e sulle bollette, ma l'impatto reale è molto più ampio. Se energia e trasporti aumentano, salgono anche i costi della logistica, dell'industria e della distribuzione. Insieme al petrolio si muovono verso l'alto anche altre materie prime, tra cui oli vegetali, cereali e metalli industriali. Una crisi geopolitica in Medio Oriente può così riflettersi rapidamente sui prezzi di beni quotidiani, dal cibo ai prodotti manifatturieri. Il risultato è una compressione del potere d'acquisto delle famiglie che avviene mentre l'economia rallenta: meno soldi in tasca e meno lavoro, allo stesso tempo.
Le ricadute sulla crescita -
La stagflazione non è solo inflazione. Il problema è che mentre i prezzi salgono, la crescita si inceppa. Se famiglie e imprese devono spendere di più per energia, carburanti e trasporti, resta meno spazio per consumi, risparmi, investimenti e assunzioni. Le imprese più esposte ai costi energetici vedono restringersi i margini, mentre quelle più fragili tendono a rinviare ordini e piani industriali. È il meccanismo che trasforma una crisi internazionale in un freno concreto all'economia reale, quello che Dombrovskis ha descritto come una combinazione di "prezzi dell'energia più alti, effetti negativi sulla fiducia e interruzioni delle catene di approvvigionamento."
Il ruolo delle banche centrali -
Ed è qui che la stagflazione diventa lo scenario peggiore per chi governa la politica monetaria. Se l'inflazione risale a causa dell'energia, tagliare i tassi di interesse diventa più complicato. Ma se la crescita si indebolisce, mantenere una linea troppo rigida rischia di aggravare la frenata. È un dilemma senza uscite indolori: sostenere l'economia oppure evitare che lo shock energetico si trasformi in inflazione persistente. In uno scenario simile ogni scelta ha un costo, e i mercati lo hanno già capito: al balzo del petrolio si sono accompagnati la debolezza dei listini azionari e il rafforzamento del dollaro, segnali tipici di una fase in cui gli investitori iniziano a prezzare un peggioramento del quadro macroeconomico.
Le conseguenze per l'Italia -
Per l'Italia uno scenario di stagflazione sarebbe particolarmente difficile da gestire. Il Paese è storicamente dipendente dalle importazioni di energia e una fiammata dei prezzi del petrolio e del gas colpirebbe subito famiglie e imprese. L'inflazione tornerebbe a erodere il potere d'acquisto, già messo alla prova negli anni scorsi, tra Covi, invasione russa dell'Ucraina e dazi Usa. Allo stesso tempo un rallentamento della crescita europea penalizzerebbe le esportazioni, uno dei motori principali dell'economia italiana.
E il margine di manovra della politica fiscale resta limitato da un debito pubblico tra i più alti dell'area euro. Come ha osservato Dombrovskis, nello scenario più favorevole, se il conflitto restasse contenuto, non ci sarebbero effetti rilevanti. Ma se la guerra diventasse più prolungata, il conto da pagare potrebbe essere molto salato.