Accanto all’insopportabile bilancio di perdite di vite umane, la guerra in Iran ha conseguenze devastanti anche sul piano ambientale con impatti diretti sulla salute delle persone e sugli ecosistemi regionali.
Le operazioni militari, caratterizzate dall’uso massiccio di missili e droni, hanno colpito infrastrutture, depositi petroliferi e impianti industriali a Teheran e in altre città generando dense nubi di fumo nero. Impressionanti i video del cielo scurissimo della capitale iraniana che incombe sulla città in uno scenario davvero apocalittico.
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In questo contesto è stato lanciato un allarme per piogge acide, causate dalla combustione di idrocarburi e sostanze chimiche con gravi rischi per la salute e l’agricoltura. Il bombardamento di siti petroliferi e infrastrutture fossili ha causato la dispersione di idrocarburi nel suolo e potenzialmente nelle falde acquifere. Greenpeace ha denunciato il rischio di un disastro ecologico senza precedenti nel Golfo Persico. Nonostante l'AIEA (Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica) abbia riferito che non sono stati rilevati aumenti critici di radiazioni dopo i raid su alcuni siti, la distruzione totale di impianti come quello di Natanz solleva forti preoccupazioni per la gestione dei residui tossici e radioattivi a lungo termine.
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Il conflitto mette in pericolo i fragili equilibri marini del Golfo e del Mediterraneo. Esiste un rischio esponenziale di fuoriuscite di petrolio dovute a incidenti navali o attacchi nello Stretto di Hormuz, un passaggio chiave per il 20% del petrolio mondiale.
Si stima che l'incremento delle spese militari e l'attività bellica stiano producendo milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, aggravando la crisi climatica regionale.