GENDER PAY GAP E IMPRESA FEMMINILE

Stipendi, le donne vengono pagate il 10% in meno | Dal lavoro dipendente alla Partita Iva: tutte le differenze

In Italia il divario salariale si manifesta in ogni inquadramento professionale e anche tra i liberi professionisti. I dati di ODM Consulting e Fiscozen, e i consigli di Partner d'Impresa

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Il gender pay gap, ossia il divario retributivo di genere, resta un problema strutturale nel mondo del lavoro in Italia. Lo dimostra il report realizzato da ODM Consulting (Gi Group Holding), secondo cui gli uomini percepiscono stipendi mediamente più alti rispetto alle donne in tutte le categorie di inquadramento professionale. Vediamo tutti i dati.

Quanto le donne vengono pagate meno? -

 Il gender pay gap nel nostro Paese si attesta mediamente al -10,4%: a fronte di una retribuzione maschile media di 38.502 euro, quella femminile si ferma a 34.509 euro. Il divario più elevato è tra gli operai (-12,3%): a fronte di una retribuzione media maschile di 30.975 euro, quella femminile non va oltre i 27.153 euro. Male anche per i dirigenti (-10,6%): un uomo guadagna sui 123.322 euro, una donna 110.249 euro. Non da meno gli impiegati (-10%): 37.969 euro per gli uomini, 34.187 euro per le donne. Gap più contenuto tra i quadri (-5,7%): se lo stipendio medio maschile è 66.513 euro, quello femminile si ferma a 62.699 euro.

Quanto è potenziale discriminazione? -

 Come sottolinea il report, se si analizzano gli stipendi tenendo conto di variabili oggettive - come titolo di studio, area geografica, età, anzianità, settore, dimensione aziendale, inquadramento - il gap si riduce dal -10,4% al -7,0%. Introducendo come variabile il peso del ruolo (il cosiddetto grade), si scende mediamente al -3,1%. Considerando i ruoli di pari peso all'interno di un'organizzazione, il divario risulta infatti più contenuto per tutte le fasce di complessità, con percentuali di scostamento tra il -1,5% e il -4,5% (esclusi gli executive). Ma cosa vuol dire questo? Secondo ODM Consulting, significa che parte del divario è spiegabile da fattori strutturali e l'altra parte da una discriminazione potenziale (e dunque ingiustificato).

Piccola nota: il gender pay gap calcolato dopo essere stato "aggiustato" con le variabili oggettive prende un altro nome: gender pay gap adjusted.

E per gli executive? -

 Nelle società quotate, grazie all'applicazione della legge n. 160/2019, la presenza femminile nei Consigli di amministrazione si attesta intorno al 43% in linea con gli anni precedenti. Nonostante i progressi, le donne restano tuttavia sottorappresentate nel mercato del lavoro e prevalentemente impiegate in aree funzionali di staff. E questo è quanto si riscontra anche ai vertici: solo il 2,2% ricopre la carica di amministratrice delegata e solo il 3,5% quella di presidente del Cda.

Analizzando le remunerazioni degli amministratori delegati per genere, in linea con quanto emerso nel 2025, una volta raggiunta la posizione apicale non sussistono differenze nella definizione del pacchetto remunerativo di questo ruolo (gender pay gap pari a 1,3%).

Donne e mondo del lavoro -

 Secondo i dati Istat, le donne rappresentano il 51% della popolazione italiana nella fascia di età lavorativa (15-64 anni). Eppure, sono solo il 42,1% degli occupati in Italia. Il tasso di occupazione femminile è del 53,3% (circa 18 punti percentuali in meno di quello degli uomini nella stessa fascia di età e 13 punti percentuali in meno rispetto al dato medio UE 27). Il tasso di inattività femminile nella medesima fascia di età è del 42,4% (18 punti percentuali in più rispetto al dato degli uomini e 12,9 punti in più di quello delle donne europee).

Sempre secondo l'Istat, il 70% del lavoro non retribuito di cura viene svolto dalle donne. Questa distribuzione inuguale all'interno della coppia di tempi di vita e lavoro fa sì che il 76,2% dei lavoratori part-time sia donna, senza contare che nel nostro Paese il tasso di part-time involontario risulta sproporzionatamente più elevato della media europea (46,5% fra le donne italiane e 16,8% fra le donne europee). Meno della metà delle madri tra i 25 e i 34 anni risulta occupata e una donna su due tra i 18 e i 24 anni considera la maternità uno svantaggio per la propria carriera.

I settori a prevalenza femminile -

 Nell'accesso al mercato del lavoro, fra i laureati Stem le donne sono solo il 39,1%, ma tendono a essere oltre il 50% degli occupati nelle professioni della sanità e dell'assistenza sociale, dell'istruzione, nelle attività immobiliari, in altre attività di servizi, in attività professionali scientifiche e tecniche, in alloggio e ristorazione e nelle attività finanziarie e assicurative.

Gender pay gap in Partita Iva: il divario esiste, ma è più contenuto -

  Il divario retributivo di genere non risparmia nemmeno il mondo della libera professione. Secondo uno studio della tech company Fiscozen, che ha analizzato i dati di oltre 45mila Partite Iva, nel 2025 i liberi professionisti uomini hanno guadagnato in media il 19,4% in più rispetto alle colleghe, pari a una differenza di 3.739 euro: 23.032 euro di fatturato medio per gli uomini contro i 19.293 delle donne. Un gap più contenuto rispetto a quello del lavoro dipendente privato (circa il 29%), ma comunque strutturale e in lieve crescita rispetto al 2024 (+1,1%).

Il divario parte fin dalla giovane età e cresce nel tempo, raggiungendo il picco del 35% nella fascia 46-55 anni (7.652 euro di differenza). Il settore con le disparità più marcate è il manifatturiero, dove gli uomini incassano mediamente il 125% in più delle donne. Seguono il commercio all'ingrosso e al dettaglio (+36,2%) e i servizi di informazione e comunicazione (+27,4%). L'unico settore in cui si sfiora la parità è l'istruzione – che però registra i fatturati più bassi – mentre nei servizi di alloggio e ristorazione le donne guadagnano addirittura il 3,8% in più degli uomini.

"Nel lavoro con Partita Iva il gender pay gap è più contenuto. Chi sceglie la libera professione ha più possibilità di valorizzare le proprie competenze e gestire in autonomia tempo, clienti e compensi. Certo, la libera professione richiede di gestire con più autonomia anche aspetti come maternità e malattia. Offrire supporto in queste aree può favorire percorsi di crescita più liberi e flessibili", spiega Enrico Mattiazzi, Ceo di Fiscozen.

Come avviare un progetto di impresa al femminile -

   Avviare un'impresa richiede preparazione, visione e solide basi finanziarie. L'ultimo rapporto di Unioncamere rileva che le aziende guidate da donne rappresentano il 22,2% del tessuto produttivo nazionale e che nel 37% dei casi le donne avviano un'impresa per scelta e non per ripiego, spesso come evoluzione di un percorso lavorativo precedente. Secondo Sonia Canal, founder del network Partner d'Impresa, il primo passo è studiare il mercato e chiedersi se ciò che si offre risolve un problema reale. Fondamentale è poi organizzare un business plan con il supporto di un esperto contabile, che stabilisca quando si rientra dai costi e quando si inizia a guadagnare.

Sul fronte finanziario, il 76,4% delle imprese femminili si autofinanzia con capitali personali o familiari – un approccio che rischia di frenare investimenti strutturati nel lungo periodo. Canal sottolinea che anche l'autofinanziamento va trattato come un prestito di terzi, con un ritorno dell'investimento definito nel tempo. Altrettanto importante è accantonare fin da subito Iva e tasse su un conto separato e costruire un salvagente economico che garantisca stabilità nei momenti di transizione.

Infine, fare networking con altre imprenditrici, investire nella formazione e imparare a delegare sono passi essenziali. "La guida di un consulente consente di riuscire a prendere decisioni coraggiose ma consapevoli durante lo sviluppo del proprio business", conclude Canal. Essere imprenditrici realizzate non significa rinunciare alla vita personale: con una buona organizzazione e il coraggio di chiedere supporto, è possibile trasformare l'ambizione in un progetto concreto e duraturo.

Questi gli otto punti chiave che le future imprenditrici dovrebbero tenere a mente prima di avviare una propria attività:
1. Definisci il tuo progetto e chiediti se ciò che offri risolve un problema. Studia il mercato, valuta le opportunità e individua dove la tua competenza può fare la differenza. Capire quali prodotti e servizi valorizzare e come ottimizzare i costi fissi e variabili è la prima regola.
2. Coinvolgi gli utenti nel processo di sviluppo del tuo prodotto. Raccogli feedback fin dall’avvio per apportare subito migliorie. Monitora costantemente le prestazioni e studia la concorrenza per restare competitiva.
3. Organizza un business plan. Redigilo con la collaborazione di un esperto contabile: deve stabilire quando rientrare dai costi, quando iniziare a guadagnare e quali siano i margini. È fondamentale anche in previsione di finanziamenti o prestiti.
4. Definisci un salvagente economico, accantona Iva e tasse. Apri un conto corrente di riserva, versaci periodicamente una quota fissa e accantona mensilmente l’Iva incassata e la percentuale dovuta per le tasse. Su quel conto non collegare carte di credito o bancomat.
5. Investi nella formazione e nelle reti di networking. Confrontarsi con altre imprenditrici permette di condividere difficoltà, trovare soluzioni comuni e aprirsi a opportunità di partnership e contaminazione di idee.
6. Non restare sola e impara presto a delegare. Volersi occupare di ogni aspetto è una trappola. Identifica le attività delegabili e fallo senza remore: libera tempo per la formazione, per nuove idee e per la tua vita personale.
7. Essere accoglienti non significa scontare i propri servizi. Il tempo e le competenze hanno un valore. Se viene richiesto uno sconto, stabilisci quali attività ridurre dal pacchetto servizi, non abbassare il prezzo senza contropartita.
8. Tieni a bada i sensi di colpa. Una buona organizzazione e la capacità di delegare sono alleati preziosi. Chiedere aiuto è un punto di forza, non di debolezza. Essere un’imprenditrice realizzata è un modo per insegnare ai propri figli che i sogni si costruiscono con dedizione e impegno.

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