Nel panorama politico europeo sempre più segnato da governi conservatori e da un ritorno alla logica dei blocchi geopolitici, il premier spagnolo Pedro Sánchez continua a rappresentare un caso anomalo. La sua netta posizione sulla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran ha contribuito a rafforzare questa immagine: quella di un leader pacifista che rivendica autonomia strategica e che interpreta sentimenti diffusi nella società spagnola. E non solo. Sánchez sembra aver capito qualcosa che molti leader europei faticano ad ammettere: l’opinione pubblica occidentale è sempre più stanca delle guerre. Ed è per questo che, malgrado sia contestato da una parte dell’opposizione interna e spesso sia in rotta con Washington, il leader socialista sia diventato una sorta di icona pop, non solo della sinistra.
Il ritorno del leader pacifista - In Spagna la memoria politica conta. Quando il governo ha rifiutato di sostenere una nuova escalation militare contro l’Iran, nelle piazze e nei media è riemerso uno slogan che segnò un’epoca: "No a la guerra". Era il motto delle grandi manifestazioni contro l’intervento in Iraq del 2003: un evento che segnò profondamente l’opinione pubblica spagnola. La posizione del premier ha quindi intercettato una memoria politica ancora viva, trasformando la politica estera in un terreno di consenso domestico. Sánchez non ha difeso il regime iraniano, ma ha affermato che la guerra preventiva non può essere la risposta alle crisi internazionali. È una posizione che rompe con la logica della compattezza occidentale e intercetta un umore diffuso nella società spagnola, e non solo: prudenza, scetticismo verso le operazioni militari e diffidenza verso i conflitti percepiti come lontani.
Una posizione che riflette l’opinione pubblica - I dati mostrano che la scelta del governo non è isolata. Secondo un sondaggio pubblicato da El País, il 68% degli spagnoli si oppone alla guerra contro l’Iran e la maggioranza approva la decisione di Madrid di non sostenere l’offensiva militare. In questo contesto, Sánchez appare meno come un leader che impone una linea e più come un politico che interpreta un orientamento già presente nella società spagnola, tradizionalmente scettica verso interventi militari all’estero. Ma la posizione sulla guerra ha anche rafforzato il profilo internazionale del premier. Sánchez è diventato uno dei leader europei più critici nei confronti della strategia americana, arrivando a respingere le pressioni degli Stati Uniti che chiedevano l’uso delle basi spagnole. La tensione è stata tale che Washington ha perfino minacciato ritorsioni commerciali contro Madrid. Paradossalmente, questo scontro diplomatico ha contribuito a rafforzare la narrativa politica di Sánchez: quella di un capo di governo che difende la sovranità del paese e la legalità internazionale.
Il progressismo che piace - Il premier socialista ha costruito negli anni un modello politico riconoscibile: politiche sociali espansive, diritti civili, attenzione alle disuguaglianze e un approccio prudente all’uso della forza militare. Non è un caso che Sánchez sia diventato uno dei volti più visibili della nuova sinistra europea. In molti paesi progressisti divisi tra radicalismo e moderazione, la sua formula appare semplice: governare pragmaticamente senza rinunciare a un linguaggio politico chiaro. Il successo politico di Sánchez racconta anche qualcosa dell’Europa. Negli ultimi anni il continente ha vissuto una successione quasi ininterrotta di crisi internazionali: Ucraina, Medio Oriente, guerra contro l'Iran, tensioni nel Golfo. Il risultato è un clima pubblico sempre più polarizzato tra sicurezza e paura dell’escalation. In questo contesto, la figura del “leader pacifista” torna improvvisamente attuale. E Sánchez, consapevolmente o meno, si è ritrovato a incarnarla.
Una popolarità che supera le critiche - Questa strategia non è priva di rischi. Le tensioni con gli alleati occidentali possono avere conseguenze diplomatiche ed economiche. Ma sul piano politico interno il calcolo del premier appare chiaro: il consenso domestico pesa più della geopolitica. È il paradosso del leader spagnolo. Criticato da molti governi, ma apprezzato da una parte crescente dell’opinione pubblica europea che vede in lui qualcosa di sempre più raro nella politica internazionale: un capo di governo disposto a dire che la guerra non è inevitabile. Ed è proprio questo, oggi, a renderlo sorprendentemente popolare.