Lia Celi, piacente signora di Rimini già colonna portante del satirico Cuore è - con Cinzia Leone, già colonna portante del Male - donna portatrice sana d’ironia presa dalla realtà allo stato grezzo, successivamente raffinata e riversata in battute che sono schioppettate di buon umore. Nel web Lia Celi s’è, da anni, riciclata come twittaiola e blogger esilarante per Il Fatto e Lettera 43. Oggi Lia si piazza su una terrazza di Raitre in una striscia quotidiana Celi, mio marito (da lunedì a venerdì, ore 20.10) che ha il compito di illuminare di pop intellettuale una sacca d’ascolto che sta Blob e Un posto al sole.
Il programma consta di: un tema al giorno; un video-sfogo degli spettatori a cui Lia risponde con lo stile morbido che fa un po’ di Colette Rosselli ai tempi della Posta del Cuore; l’intervento di un vip che dice la sua e ride sempre; gli innesti di poeti surreali, giardinieri, attori bricoleur che manipolano arnesi e sintassi; qualche servizio montato dal web e assai low budget; un tweet di fine puntata pescato dalla melassa verbale dei fans della Celi in Rete che ad onor del cero sono parecchi.
L’altra sera, per dire, davanti a un gesto di biancheria da stendere, era di scena la "sindrome da Barbie", ossia la ricerca della bellezza a tutti i costi con ospiti la scrittrice Chiara Gamberale con libro in uscita in mano e una madre disperata perchè la figlia tredicenne non pensa più alle bambole ma si lacca le unghie e guarda allo specchio il suo "corpo che cambia" come in una canzone dei Litfiba.
Ora, Lia Celi, nonostante l’impaccio del neofita davanti alla telecamera possiede un’allure alla Guareschi e la stessa allegra confusione intellettuale che aveva lo Stefano Satta Flores sceneggiatore dalle sceneggiature incompiute ne La terrazza di Scola. La terrazza c’è, l’imprinting dell’ironia di sinistra pure. Manca la capacità di rendere viva materia televisiva quelle battute che sulla carta e sul web sono esplosive. Non che ciò sia scontato. Dai guizzi di Spinoza a quelli di Disegni, i risultati sono sempre stati alterni. Rimane il monologo della piacente signora, che comunque una sua cifra ce l’ha.