Motto che è sintesi del suo metodo di lavoro e che ha caratterizzato la coesione creativa delle cinque sorelle Fendi e la storia del marchio. Storia che rappresenta un esempio del fare italiano e del fare al femminile che è necessario ricordare e recuperare all’interno della Maison.
Meno io, più noi. Una dichiarazione di intenti necessaria, oggi più che mai, per riaffermare la complessità del sistema moda: i valori del lavoro comune, intenzioni e desideri condivisi, importanza della comprensione, dell’accettazione degli altri, del mondo che ci circonda.
Una pluralità che non annulla individualità e singolarità ma è il processo indispensabile perché le visioni si trasformino in progetti realizzati.
C’è poi un elemento fondamentale: il ritorno al desiderio e ai corpi. In un presente in cui i corpi sono sempre meno ascoltati nelle loro pulsioni più terrene e originali. Così, il guardaroba si mette al servizio dei desideri del corpo, non per disciplinarli, ma per accoglierli, accompagnarli, renderli visibili. Tattili.
La collezione è una personale mappa geografica, in cui gli abiti sono incontri, momenti, interessi, scambi. Testimoniano un vissuto — un nomadismo — dentro e attraverso la moda. Sono molte le persone che hanno contribuito a dare forma a questa visione: dalle artiste, in un confronto tra generazioni diverse, come Mirella Bentivoglio e SAGG Napoli, per arrivare al guardaroba stesso, rivisto come spazio di relazione e sedimentazione culturale.
Il femminile e il maschile smettono di essere categorie oppositive e diventano aggettivi per descrivere qualità condivise.
Uomo e donna sfilano insieme per superare la distinzione tra guardaroba femminile e maschile. Per tornare a pensare agli indumenti come oggetti del vivere quotidiano. Abiti chiamati ad accompagnare la vita, le emozioni, il desiderio.
In una visione personale della moda e di sé.
La pratica artistica di Mirella Bentivoglio si colloca ai margini di ogni classificazione disciplinare, muovendosi liberamente tra poesia, arti visive, performance, design e riflessione teorica sul linguaggio. Figura centrale della poesia concreta e visiva italiana e internazionale, Bentivoglio ha sviluppato una ricerca poliedrica e rigorosa mettendo in discussione i confini tra parola e immagine, tra segno e significato, tra oggetto e corpo.
Formatasi in un contesto culturale aperto e multilinguistico, l’artista si è avvicinata con naturalezza alle neoavanguardie degli anni Sessanta e Settanta, nutrendosi degli studi sulla linguistica e sui sistemi di comunicazione, senza mai aderire rigidamente a un movimento specifico. La sua pratica si è concentrata sul recupero del valore iconico della parola e sulle infinite possibilità di variazione del linguaggio, lavorando per frammentazioni, spostamenti e straniamenti di senso.
Per Bentivoglio la manipolazione del logos non è mai mero gioco formale: l’artista scardina le nostre abitudini percettive, ci costringe a confrontarci con il vuoto del significato ma anche con il suo potenziale simbolico. La sua ricerca si muove nell’ambiguità semantica, dove il nonsense si carica di valenze concettuali solo apparentemente didascaliche. Come osservato da Gillo Dorfles, l’artista rompe il “giocattolo” del linguaggio per mostrarne i meccanismi interni, rendendo visibile la precarietà delle nostre certezze. La frammentazione e lo spostamento semantico diventano così strumenti di indagine: non soltanto strategie estetiche, ma dispositivi concettuali che interrogano i fondamenti stessi della comunicazione.
Al centro della attività di Mirella Bentivoglio è il recupero del valore iconico della parola: le lettere diventano forme visive, corpi grafici, presenze materiali. Attraverso frammentazioni, spostamenti e combinazioni inattese, Bentivoglio manipola il logos, destabilizzando le nostre abitudini interpretative e aprendo uno spazio di ambiguità semantica.
In questo spazio, il nonsense non è assenza di significato, ma luogo generativo di nuove possibilità simboliche. È in questa prospettiva che si colloca anche la sua riflessione sui libri-oggetto, di cui lei stessa ha offerto una definizione insuperata: “un libro che non si dà esclusivamente come mezzo, strumento, veicolo d’informazione, ma come messaggio nelle sue proprietà fisiche di oggetto tridimensionale”. La parola e il linguaggio sono, per l’artista, non solo strumenti di comunicazione, ma dispositivi culturali, storici e politici, capaci di trasmettere e strutturare l’esperienza individuale e collettiva. In questa prospettiva, il linguaggio si configura come un luogo di costruzione dell’identità e della memoria, profondamente connesso alla dimensione originaria della trasmissione e della relazione. Come lei stessa affermava: “Il linguaggio non è solo burocrazia e potere: è storia, e nella storia la donna è stata decisiva. È la donna che consegna il linguaggio all’essere umano nei suoi primi anni di vita.” È proprio a partire da questa consapevolezza che Bentivoglio interviene sul linguaggio come materia viva, rompendo costantemente le regole della sintassi, separando le parole dalle frasi e isolando le lettere dai vocaboli, trasformando questi elementi in vere e proprie costellazioni simboliche.
In questa prospettiva FENDI intraprende una collaborazione con l’Archivio Mirella Bentivoglio, avviando un progetto che mette in dialogo l’eccellenza del design e della manifattura con l’eredità intellettuale e poetica di una figura centrale e originale della recente storia artistica italiana.
Il progetto traduce in forma contemporanea i principi che attraversano l’opera di Bentivoglio, in particolare dalla riflessione sul rapporto tra linguaggio, oggetto e corpo che si ritrova così al centro della produzione legata al disegno degli oggetti.
La collaborazione ha dato origine a un’edizione limitata di gioielli, ideati e progettati dall’artista nei primi anni Settanta e realizzati adesso in stretto dialogo con l’Archivio.
Il gioiello, in questa prospettiva, non è ornamento ma dispositivo poetico: un segno portabile che incorpora pensiero, ambiguità e memoria.
In un suo testo del 2003 dal titolo Sui miei gioelli d’artista, Bentivoglio scriveva: “Io costruisco oggetti verbali; il gioiello è un oggetto, la sua forma ogni tanto mi occorre per i particolari significati che attribuisco all’oggetto in rapporto alla parola. Detto in termini semiologici, per me il gioiello è un ‘segno’. Non creo gioielli subordinati al mio lavoro, bensì opere di poesia visiva che in alcuni casi assumono la forma di gioiello e possono essere portate.” Prosegue l’artista: “Ho iniziato a creare gioielli nel ’71 […]. La parola orecchino ha due significati: significa sia piccolo orecchio sia gioiello dell’orecchio. La mia opera consisteva nell’immagine di un orecchio da cui pendeva un piccolo orecchio. A quell’opera mi ispirai per coppie di orecchini portabili in forma di orecchio. Un gioiello tautologico, che fa il paio con l’anello che creai più tardi in forma di piccola mano con perla al dito (del gioiello). L’ironia nei miei gioielli è sempre demistificante senza risultare denigratoria. Contrastare il significato del gioiello nel gioiello stesso è una contraddizione in termini che accentua l’ambiguità del mio lavoro. Nel ’74 composi l’anello “Causa ed effetto: matrimonio manicomio” fondato sulla somiglianza tra queste due parole. Reca al centro una piccola sbarretta aurea mobile che può essere spostata in alto o in basso. Nella parte superiore dell’anello sono allineate le lettere che compongono la parola “matrimonio” ad esclusione di quelle che si trovano anche nella parola “manicomio”: “tr m n”. Nella parte inferiore dell’anello sono allineate le lettere presenti nella parola “manicomio” e non nella parola “matrimonio” (“n c m”). In mezzo, sono allineate le lettere che compongono entrambe le parole (significativamente, queste lettere sono: “ma io io”). La sbarretta scorrevole può, se sistemata in basso, cancellare le lettere “n c m” e lasciare perciò in evidenza la parola “matrimonio”; se la sbarretta viene portata in alto cancella le lettere “tr m n” e lascia in evidenza la parola “manicomio”. Se la sbarretta viene lasciata al centro cancella le lettere “ma io io” e perciò lascia in evidenza solo i gruppi di lettere privi di significato (“tr m n” e “n c m”) riportando il problema della convivenza matrimoniale alla sua insolubilità.”
Oltre alla produzione di gioielli, il progetto con FENDI prevede: un’edizione speciale di abiti, elaborati a partire da alcune frasi ed elaborazioni grafiche dell’artista, sempre giocate sul doppio senso quali: Olt3, (Oltre) NOIa (Noi/Noia), Senza senso e la riedizione aggiornata di Fou/lard, un foulard ideato anche questo nel 1971. Fou/lard. Il foulard folle, nasce dalla frammentazione della parola foulard, frammentata in “fou” (folle, in francese) e “lard”, secondo una tipica operazione di slittamento semantico dell’artista. Il foulard diventa così “poesia oggetto”.
Come dichiarato dall’artista: “[…] È il foulard pazzo, la poesia diventata oggetto, la corona d’alloro del poeta trasformata in utile oggetto d’uso dei giorni festivi.”
In questa traslazione dalla parola all’oggetto si manifesta uno dei principi fondanti della pratica di Bentivoglio: la possibilità di rendere il linguaggio esperienza fisica e condivisa. Attraverso il gioiello, l’abito e il tessuto, l’eredità di Mirella Bentivoglio si riafferma come pensiero vivo: portabile, condivisibile e radicalmente contemporaneo.
L’ARCHIVIO MIRELLA BENTIVOGLIO
L’Archivio Mirella Bentivoglio è stato istituito nel 2019 dalle tre figlie dell’artista - Ilaria, Leonetta e Marina Bentivoglio - con il fine di promuovere, valorizzare e preservare la memoria della sua vasta e significativa produzione. L’Archivio opera come centro di conservazione, ricerca e divulgazione, sostenendo studi, mostre e collaborazioni che mantengano vivo il dialogo tra l’opera di Bentivoglio e il presente, tutela il lascito storico dell’artista e ne favorisce nuove interpretazioni e attualizzazioni.
SAGG NAPOLI
Per la sua collaborazione con FENDI, SAGG Napoli ha sviluppato una serie di dichiarazioni che funzionano simultaneamente come principi personali e proposizioni collettive. Presentate su sciarpe football e T-shirt, le frasi articolano una posizione sull’appartenenza e il lavoro di squadra fondata non sulla fusione, ma sull’equilibrio.
Ogni frase segue la stessa struttura: un’affermazione abbinata ad un limite. Piuttosto che definire l’identità attraverso gli assoluti, le dichiarazioni insistono sul fatto che forza, lealtà e connessione richiedono confini per non trasformarsi in sottomissione, eccesso o cancellazione.
Frasi come “Radicata ma non bloccata” e “Presente ma non dipendente” parlano dell’appartenenza come qualcosa di attivo piuttosto che fisso. La radicazione è affermata senza immobilità; la presenza è rivendicata senza dipendenza. L’identità è intesa come un punto di radicamento, non un vincolo.
Allo stesso modo, “Leale ma non obbediente” e “Impegnata ma non consumata” ridefiniscono cosa significa far parte di una squadra. La lealtà qui non è gerarchica e l’impegno non richiede auto-sacrificio. Queste frasi propongono una forma di sorellanza basata sulla scelta, la responsabilità e il discernimento, non solo sulla disciplina o sul controllo.
La vera collaborazione, suggerisce il testo, dipende da individui che possono rimanere integri all’interno del gruppo.
Questa logica è strettamente collegata all’esperienza passata di SAGG Napoli nello sport competitivo, dove ha operato contemporaneamente come atleta individuale e come parte di una squadra. Competere sotto pressione richiedeva una costante negoziazione tra responsabilità personale e coordinazione collettiva. Il successo dipendeva non dal dissolversi nella squadra, né dall’isolarsi da essa, ma dallo sviluppo di forti confini interni: regolazione emotiva, concentrazione e capacità di mantenere la propria posizione senza sopraffare o essere sopraffatti dagli altri. Il lavoro necessario per sostenere questo equilibrio, tra autonomia e cooperazione, si riflette direttamente nel linguaggio di queste dichiarazioni.
Frasi come “Vulcanica ma non distruttiva”, “Regolata ma non intorpidita” e “Reattiva ma non impulsiva” affrontano proprio questa gestione dell’intensità. Energia, ambizione ed emozione non vengono negate o ammorbidite, ma regolate in modo da non diventare dannose per sé stessi o per il collettivo. La regolazione è presentata non come repressione, ma come cura: un modo per rimanere presenti sotto pressione senza perdere la forma.
La stessa etica si estende all’apertura relazionale. “Connessa ma non intrappolata”, “Aperta ma non esposta” e “Intensa ma non invadente” articolano un modello di connessione che resiste alla fusione emotiva e all’impulsività.
Collocate all’interno dell’idea di sorellanza di FENDI, queste dichiarazioni propongono una lettura contemporanea della femminilità come auto-governata e relazionale piuttosto che performativa. La donna FENDI è immaginata come qualcuno capace di far parte di una squadra proprio perché ha lavorato sui propri limiti. Non si dissolve nel gruppo, né se ne distacca. La collaborazione, in definitiva, avanza una chiara proposta: prima di poter essere veramente parte di una squadra, bisogna prima essere equilibrati come individui. La sorellanza non si costruisce sull’uguaglianza o sull’identificazione totale, ma su individui capaci di presenza senza dipendenza, desiderio senza consumo e lealtà senza obbedienza.
SAGG Napoli (nata nel 1991, Napoli, Italia) vive e lavora tra Milano e Napoli. È un’artista multidisciplinare che lavora con performance, video, scultura, fotografia, scrittura e cultura digitale. Radicata in un impegno critico con l’identità napoletana, la sua pratica interroga classe, genere, regionalismo e salute mentale attraverso un quadro senza compromessi espressivo che lei definisce Estetica del Sud. Attingendo a forme architettoniche, gerarchie spaziali e codici visivi e performativi del Sud Italia, il suo lavoro sfida le narrazioni dominanti di bellezza, potere e valore culturale, coinvolgendo il corpo sia come soggetto che come mezzo. Dal 2020, SAGG Napoli ha integrato il tiro con l’arco competitivo nella sua pratica come processo di recupero attraverso la ripetizione e la disciplina, usando l’allenamento fisico come metodo per esplorare la resilienza, il contenimento e la ricostruzione del sé. SAGG Napoli ha esposto a livello internazionale, tra cui alla Galleria Nazionale, Oslo, al Museo d’Arte Moderna di Varsavia, al Fiorucci Art Trust e ha prossime mostre personali a Champ Lacombe, Londra e al Serralves Museum, Porto.
ECHO OF LOVE
Da un punto di vista tecnico, rimodellare un capo di pellicceria significa affidarsi alla mano esperta di un sarto per scucire ogni singola pelle, studiarne la resa e ricomporre i volumi, seguendo un’ispirazione creativa che trasforma un capo non più attuale, rimasto a giacere in un armadio, in uno con volumi e un’estetica che rispondono a canoni contemporanei.
Nell’epoca della moda istantanea, in cui il ciclo di vita di un abito si consuma nello spazio di una stagione, la rimessa a modello va oltre la pura tecnica sartoriale; significa molto di più. Ci riconnette a una visione pragmatica degli oggetti, alle pratiche di rispetto e di cura dei materiali, alla valorizzazione dei nostri capi d’abbigliamento come “archivi di memoria”.
Ogni capo che decidiamo di non abbandonare porta con sé una stratificazione di ricordi: chi ce lo ha donato, da chi lo abbiamo ereditato, la memoria di “quell’evento”, l’abito che ha accompagnato la nostra identità nel corso del tempo, ma che dobbiamo riadattare alle nostre nuove sensibilità.
Scegliere di riadattarlo è un atto di fedeltà, prima di tutto, alla propria storia.
L’estensione della vita dei capi e la loro maggiore durabilità trascendono la sfera del valore e della sensibilità individuale e influenzano la dimensione collettiva della conservazione delle risorse naturali, come uno dei principi fondanti dell’economia circolare applicata, che riduce la pressione sulle risorse naturali e massimizza il valore d’uso dei materiali già “estratti” dalla natura e incorporati nei prodotti.
La stretta relazione tra sfera individuale e sfera collettiva nel favorire la maggiore durabilità dei prodotti, inclusi quelli della moda, è oggi finalmente riconosciuta tra gli studiosi e i policymaker impegnati nella promozione dei modelli di business dell’economia circolare. La sfera individuale, la “emotional durability” o “emotionally durable design” -cioè la capacità di un prodotto di mantenere nel tempo un significato profondo per chi lo usa - è considerata ugualmente, se non più, importante della sua durabilità tecnica - la resistenza fisica e strutturale dei materiali che compongono il prodotto.
La rimessa a modello non è dunque un semplice espediente di recupero, ma anche un atto di resistenza creativa e radicale all’omologazione e all’iperconsumismo, tratti distintivi della moda istantanea e seriale, che ristabilisce una connessione profonda con la materia e la memoria della storia vissuta dei nostri capi, e che riscopre il valore intrinseco della durabilità.
Sul piano tecnico, d’altro canto, richiede un impegno e competenze di natura artigianale superiori a quelli della confezione ex novo di un capo. La capacità di leggere la struttura originaria delle componenti, di individuarne il potenziale inespresso di rinnovamento, di separarle e riassemblarle correttamente è un requisito indispensabile di questa pratica. Capacità che devono interagire con quelle creative e di interpretazione dello spirito del tempo - e, in ultima analisi, con la comprensione dei desideri di chi indosserà il capo rimodellato.
Questa stratificazione di competenze tecniche, competenze creative e significati approda inevitabilmente a un risultato finale con caratteristiche di unicità che riecheggiano i principi della Haute Couture. In un mercato saturo di prodotti seriali, l’abito riadattato si colloca agli antipodi dell’omologazione.
In ultima analisi, la rimessa a modello è una sfida alla logica della produzione di massa e una pratica che trasforma l’abbigliamento da bene di consumo a patrimonio personale in un pezzo di design narrativo, secondo la definizione di Jonathan Chapman¹, tra gli ispiratori del concetto di Emotionally Durable Design, che attribuisce ai capi di abbigliamento, e agli oggetti in generale, la funzione di archivio di esperienze e significati che evolvono insieme a chi li usa e li indossa.
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