Sono stati trasferiti i quattro agenti della Polizia di Stato indagati nell'ambito dell'inchiesta che ha portato all'arresto di Carmelo Cinturrino, l'assistente capo del Commissariato Mecenate arrestato per l'omicidio volontario di Abderrahim Mansouri avvenuto il 26 gennaio scorso nel boschetto di Rogoredo, a Milano. I quattro sono stati trasferiti a incarichi non operativi in sedi diverse dal Commissariato in cui prestavano servizio.
Le ammissioni -
Durante l’interrogatorio, Cinturrino "ha ammesso solo aspetti che risultavano già acclarati nelle indagini", scrive il gip Domenico Santoro. Ha confermato di aver "alterato la scena del delitto" posizionando la pistola finta, ma le sue dichiarazioni sul colpo esploso come atto "intimidatorio" non sono state ritenute credibili. Secondo l’ordinanza, i metodi intimidatori adottati da Cinturrino nelle operazioni, da lui negati, trovano conferma nelle testimonianze raccolte dagli inquirenti.
I metodi intimidatori -
L’operato dell’agente nel corso degli anni ha sollevato più di una polemica, al punto da valergli, negli ambienti investigativi, il soprannome di “Thor”. Due anni fa Cinturrino finì al centro di un caso giudiziario dopo aver fatto arrestare un giovane tunisino, accusato di aver nascosto della droga all’interno di un negozio di alimentari. Il ragazzo, fermato in flagranza, è stato poi assolto: secondo la sentenza, l’agente non avrebbe avuto la possibilità di vedere dalla sua posizione ciò che sosteneva di aver notato nella vetrina dell’esercizio commerciale.