Dopo la morte - avvenuta il 21 febbraio scorso - del piccolo Domenico, il bambino di due anni deceduto in seguito a un trapianto di cuore non riuscito effettuato all'ospedale Monaldi di Napoli, il nosocomio campano sta affrontando una pioggia di disdette e minacce. Le prime da parte di pazienti in attesa di essere operati - o da parte di genitori di piccoli degenti che stanno aspettando di essere sottoposti a un intervento -, le seconde da parte di coloro che hanno preso a cuore la vicenda del figlio di Patrizia Mercolino a cui è stato impiantato un cuore bruciato dalle temperature del ghiaccio secco utilizzato per il trasporto da Bolzano al capoluogo campano.
Le disdette a decine -
"Scusi, ma mio figlio lo deve operare quel chirurgo per forza?", avrebbe chiesto una mamma in cardiochirurgia pediatrica, secondo quanto si legge dalle pagine de il Corriere della Sera. La donna sarebbe preoccupata del fatto che quel chirurgo è indagato insieme ad altri sei colleghi per il trapianto fallito a Domenico, possa operare suo figlio. Ma i timori e le cancellazioni non riguardano solamente il reparto dove è stato operato il bambino. Un paziente avrebbe chiamato il reparto di oculistica dell'ospedale per disdire un intervento di cataratta. "Le disdette arrivano a decine", conferma il direttore dell'ufficio relazioni con il pubblico.
L'odio in reparto -
"Il livello delle minacce di morte è salito" racconta la dottoressa Iasevoli, troppo forte lo shock per la morte di un bambino di appena due anni. Per l'aumento della violenza, le squadre di vigilanti che presidiano il nosocomio durante il giorno e la notte hanno ricevuto un alert informale che li ha invitati a prestare ancora più attenzione a chi entra ed esce dall'ospedale. Ad alcuni medici sarebbe già capitato di essere oggetto di insulti, da parte di alcuni visitatori, al loro ingresso in reparto.
Il livore sul web -
Online il Monaldi si è visto costretto a disattivare i commenti sui propri account Facebook e Instagram, ne erano arrivati a decine di migliaia all'uscita della notizia che Domenico era ormai destinato ad andarsene. Le persone, incuranti della possibilità di una denuncia, hanno commentato direttamente dai propri profili personali, mettendoci la faccia e, soprattutto, nome e cognome. "Bastardi, spero vi facciano del male", "li dobbiamo andare a prendere uno per uno", "poi si lamentano se i familiari sfasciano i reparti quando per colpa vostra muore qualcuno", e ancora "vergogna, voi giocate con la vita delle persone", "maledetti la dovete pagare, come fate a dormire sereni" e in ultimo "non verrò mai a curarmi da voi". Il tenore delle parole scritte dagli utenti del web non lascia spazio a interpretazioni e, ora che la possibilità di commentare non c'è più, le persone si sfogano direttamente sulla chat di Messenger.
"Ci sentiamo in trincea" -
Il dirigente del reparto di Nefrologia del Monaldi, ammette: "Ci sentiamo in trincea, non vi nascondo che quando la sera lascio il reparto e torno a casa mi guardo le spalle. La cronaca purtroppo è piena di aggressioni contro i medici, assalti ai pronto soccorsi e io dico che è assolutamente giusto che la magistratura indaghi e faccia chiarezza, ci mancherebbe, sul caso del piccolo Domenico morto al Monaldi. Ma non è giusto considerarci oggi tutti incapaci e colpevoli mentre durante il Covid ci chiamavate eroi. Il nostro ospedale, lo dico con orgoglio, è sempre stata una struttura d'eccellenza", afferma la dottoressa.
Il lavoro delle psicologhe dell'ospedale -
Visto il clima di tensione e sfiducia le sette psicologhe in forza al Monaldi stanno facendo il giro dei reparti dove il rapporto di fiducia medio-paziente è fondamentale. Le psicologhe stanno operando nei reparti di oncologia, neonatologia, pneumologia, cardiochirurgia e trapianti al fine di fronteggiare la situazione. "Dopo la morte di Domenico il carico emotivo del personale è tremendo" dice la psicologa della cardiochirurgia e dei trapianti. "Il problema più grande con cui abbiamo a che fare è la paura di perdere il legame di fiducia con i pazienti perché l'ostilità è davvero tangibile. C'è questo rumore di fondo che condiziona tutto e il pregiudizio genera tensione. Così c'è un intenso lavoro di debriefing da fare insieme, di analisi, riflessione, per ridare fiducia e autostima a tanti operatori ormai in pieno burnout che ci chiedono aiuto. C'è un dito enorme puntato contro il Monaldi e diventa difficile lavorare senza fiducia". "Dobbiamo ricordarci chi eravamo, di quello che sapevamo fare e convincerci che noi siamo ancora bravi, siamo ancora capaci", conclude.