Sono stati 18mila i volontari che, durante le Olimpiadi, hanno messo a disposizione tempo ed energie per il buon funzionamento della macchina organizzativa dei Giochi. Lontano dai riflettori, impegnati in mille incombenze “dietro delle quinte”, hanno donato il loro tempo, le loro energie e le loro competenze per i servizi più vari, sempre con gentilezza, con entusiasmo e con il sorriso. Giovani e meno giovani, tutti animati dalla stessa passione e dalla consapevolezza che anche le mansioni più semplici sono indispensabili e hanno un valore. Una di loro, Elena Cerri, milanese, ha raccontato a Tgcom24, la sua esperienza, a dimostrazione che anche i compiti più elementari possono diventare straordinari.
Elena, tu sei una donna che lavora tutto il giorno: il tempo è un bene prezioso per chi è sempre fuori casa. Come hai fatto a metterti a disposizione dell’organizzazione olimpica?
Ho chiesto di sfruttare il più possibile il fine settimana e, nei giorni infrasettimanali, ho utilizzato ferie e permessi. Abbiamo fatto tutti così: in più chi arrivava da lontano si è pagato anche l’albergo e il viaggio per arrivare a Milano o nella sede a cui è stato assegnato. Ma il volontariato lontano da ogni forma di visibilità è per me un’abitudine: vado regolarmente a dare una mano in una struttura che si occupa di animali abbandonati e questa esperienza mi ha regalato la consapevolezza che dedicare del tempo a un’attività sociale è un accrescimento per la persona che lo fa. In questo caso, mettermi a disposizione dell’organizzazione olimpica mi ha confermato che donare se stessi regala la sensazione più bella che un essere umano possa provare.
Raccontaci qual è stato il tuo lavoro di volontaria olimpica.
Nei nove giorni del mio servizio ha fatto la driver. Il mio compito era cioè di accompagnare in macchina da un posto all’altro chi si doveva spostare in auto in città da una sede di gara all’altra, oppure tornare in albergo o in aeroporto. In apparenza è un compito semplice, ma in realtà non è stato proprio così: mi è capitato di utilizzare i mezzi più diversi, anche elettrici o di grandi dimensioni, e comunque differenti dall’auto che guido di solito, a volte di notte o sotto una pioggia battente, in posti non familiari e in mezzo al traffico pazzesco della Milano olimpica. Gli atleti di solito si spostavano con i mezzi dei loro team, ma ho trasportato funzionari, persone dei diversi staff e altri personaggi che non sempre conoscevo: non sono molto ferrata nell’inglese e le conversazioni erano per forza di cose ridotte all’essenziale. La mia attenzione era sempre del tutto assorbita dalla guida, dalle indicazioni del navigatore e dalle comunicazioni che arrivavano dalla app con le richieste della centrale operativa. In una situazione di questo genere non potevo prestare molta attenzione alle interazioni con i miei passeggeri. La nostra attività si svolgeva secondo un ritmo ben preciso: all’inizio del turno, come tutti i miei colleghi driver, mi recavo al punto di raccolta della flotta, per una sorta di check in cui veniva assegnato il veicolo con il pieno di benzina o la carica completa della batteria elettrica, e uno smartphone con la app sulla quale venivano smistare le chiamate, e poi si cominciava a girare, per accompagnare le diverse persone nel luogo in cui dovevano recarsi. A volte correvamo come dai matti aventi e indietro, oppure c’erano dei momenti vuoti, tra una chiamata e l’altra, in cui si restava in attesa, anche a lungo. Forse questi momenti vuoti sono stati i più difficili, tra noia, stanchezza e anche un certo senso di frustrazione, dato che spesso si soffriva il freddo e non sapevamo neppure come fare per usare il bagno. Di solito sfruttavo queste pause per familiarizzare con gli altri colleghi, anche loro fermi in attesa, oppure per leggere i messaggi della chat, su cui noi volontari scambiavamo indicazioni, suggerimenti, idee per risolvere problemi che potevano insorgere in ogni momento e che qualcuno aveva già affrontato. Perché la nostra parola d’ordine era sempre: “problem solving”, sia che si trattasse di un ingorgo imprevisto, o di un problema con l’auto o con la app delle chiamate che, nei primi giorni, non sempre funzionava alla perfezione. Alla fine del turno si tornava alla centrale, dopo aver fatto il pieno di carburante al veicolo e aver ricaricato la batteria del telefono, si faceva il check out e si tornava a casa, a volte a tarda notte.
Una bella faticaccia. Eppure, nelle tue parole si sente l’entusiasmo.
Oh, sì. Alla fine della giornata eravamo tutti stanchi e felici perché abbiamo sempre percepito, nello svolgimento del nostro servizio, un senso di arricchimento della nostra vita. Durante il turno si respirava sempre solidarietà e senso di aiuto reciproco nello svolgimento di un compito comune, grande e importante anche attraverso un’attività umile, come quella di accompagnare le persone dove dovevano andare. C’era il gusto di un lavoro fatto con gioia, anche nei momenti difficili: ecco perché eravamo sempre sorridenti e gentili. Il mondo dello sport, poi, porta già in sé valori di positività. C’è anche da dire che tutti quelli che hanno lavorato al funzionamento organizzativo dei Giochi hanno, in un certo senso, gareggiato in una propria Olimpiade, nei confronti di sé, dei propri limiti e dei timori che ciascuno si porta dietro. Io ho vinto la mia: oggi mi sento molto più solida e sicura di me stessa perché mi sono messa in gioco, a dispetto del senso di inadeguatezza che inevitabilmente tutti proviamo quando affrontiamo una cosa per la prima volta. Io ce l’ho fatta. E se qualcuno nella vita dovesse mai dire. “Non ce la farai mai!” dobbiamo rispondere che queste parole riflettono il limite di chi le pronuncia, non il nostro.
Raccontaci la cosa che ricordi con più piacere e quella che invece ti è dispiaciuto di più nei giorni olimpici.
La più bella e a cui ripenso con piacere e divertimento di questi giorni è stata una volta in cui, mentre ero in attesa all’Arena Santa Giulia tra un servizio e l’altro, ho riconosciuto la regina di un Paese Orientale che, per lasciare in auto il palazzetto, ha fatto sedere gli uomini della scorta ai posti dei passeggeri e si è messa personalmente alla guida del veicolo. MI è sembrata una cosa bellissima, immagine di semplicità (in fondo guidare l’auto è una cosa che facciamo tutti, no?) e insieme qualcosa che avevamo in comune, dato che eravamo due donne alla guida del loro mezzo. Un fatto meno bello è stato il senso di frustrazione che ho provato nel non padroneggiare bene l’inglese: è un mio limite del quale ho avvertito tutto il peso.
Si è parlato tanto, soprattutto alla vigilia dei Giochi, di una macchina organizzativa non a punto. Che voto le daresti tu, che l’hai vissuta dall’interno?
Dal punto di vista strettamente organizzativo, direi un 7. All’inizio, in effetti, ci sono state delle difficoltà, come la app che era ancora in fase di messa a punto e altri problemi logistici: ad esempio non c’era un posto dove potessimo posteggiare le nostre auto private quando ci recavamo a prendere servizio. Ma poi molto si è risolto, anche grazie alla collaborazione e all’ingegnosità nel trovare soluzioni, che poi venivano prontamente condivise. Alla solidarietà e alla collaborazione di tutti darei un bel 9, anche un 10.
C’è qualcosa che porterai sempre con te di questa esperienza?
Certamente. Oltre alla sensazione di aver fatto parte di un grande evento, non dimenticherò mai il senso di solidità personale e la consapevolezza di aver affrontato e superato i miei limiti. In più, ho rafforzato la certezza che le azioni di donazione come quelle del volontariato sono qualcosa che rende migliore il mondo, anche se si tratta di una cosa piccola, come una goccia d’acqua nell’oceano: se nessuno fa quel piccolo gesto, l’oceano avrebbe una goccia d’acqua in meno.