VITTIMA AL TELEFONO PRIMA DEL COLPO

Pusher ucciso a Rogoredo, il poliziotto "mentì dicendo di aver chiamato i soccorsi" | L'agente ribadisce: "Ho sparato per paura"

Secondo quanto emerso dagli interrogatori di quattro colleghi in Questura a Milano, la telefonata del 42enne sarebbe partita più di 20 minuti dopo lo sparo. Giallo su una borsa presa dal commissariato

Si rafforza l'ipotesi di omicidio volontario a carico del poliziotto Carmelo Cinturrino, assistente capo di 42 anni che ha sparato e ucciso Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo, a Milano, il 26 gennaio. Secondo quanto emerso dagli interrogatori in Questura degli altri quattro agenti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, Cinturrino avrebbe mentito ai colleghi dicendo che aveva chiamato i soccorsi quando il 28enne era a terra agonizzante dopo il colpo alla testa, ma in realtà non l'avrebbe fatto. E la telefonata sarebbe partita più di 20 minuti dopo lo sparo. I colleghi avrebbero detto di non c'entrare nulla con l'omicidio e che nelle fasi successive al colpo avrebbe gestito tutto Cinturrino, il quale sarebbe stato definito una sorta di "fanatico" nel gestire in modo "opaco" alcune operazioni.

L'agente ribadisce: "Ho sparato per paura" -

 "Non avevo intenzione di uccidere. Ho sparato perché avevo paura". Lo ha ribadito al suo difensore, l'avvocato Piero Porciani, l'assistente capo della Polizia Carmelo Cinturrino: nelle scorse ore il poliziotto si è visto col suo legale, anche in seguito agli interrogatori dei colleghi che la sera dell'omicidio erano a Rogoredo e che ora sono indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. Nel corso del colloquio, secondo quanto apprende l'Ansa, non si è parlato dell'arma, replica di una pistola a salve, trovata vicino alla vittima.

Per la Procura sarebbe stata messa lì successivamente alla morte del 28enne, mentre Cinturrino ha sempre sostenuto che Mansouri gliela avrebbe puntata addosso e, per questo motivo, lui ha reagito. L'assistente capo, a quanto ha ancora appreso l'Ansa, ha negato di avere avuto qualunque tipo di rapporto con gli spacciatori della zona, respingendo la ricostruzione emersa dai verbali degli interrogatori dei colleghi.

La gestione "opaca" delle operazioni antidroga -

 A quanto è emerso, davanti al pm Giovanni Tarzia, gli altri quattro poliziotti indagati avrebbero chiarito e precisato tanti elementi rispetto alle loro testimonianze precedenti. Ognuno dei quattro agenti, sebbene con posizioni differenti - un collega era vicino a Cinturrino quando ha sparato, gli altri sono arrivati dopo - avrebbe raccontato che il 42enne avrebbe gestito le fasi successive allo sparo, anche mentendo come sul fatto di aver già chiamato i soccorsi.

Lui anagraficamente era più grande degli altri e veniva considerato da loro il più esperto. Anche se, sempre dai verbali, sarebbe emersa una gestione "borderline" da parte sua di alcune operazioni. In alcune occasioni, stando a quanto emerso, avrebbe anche alzato le mani nei confronti di tossici e piccoli spacciatori presenti nella zona.

Il giallo della borsa -

 Stando alla ricostruzione della Procura - basata, tra le altre cose, sulle analisi delle telecamere di quell'area - il collega che era più vicino a Cinturrino (l'unico teste oculare dell'omicidio, a quanto pare), si sarebbe recato al commissariato Mecenate e sarebbe poi tornato con una borsa, mentre il 28enne era a terra e prima che venissero effettivamente chiamati i soccorsi. Gli altri colleghi non avrebbero saputo cosa ci fosse dentro.

L'ipotesi è che quella replica di una pistola a salve sia stata messa successivamente sulla scena e che il 28enne non l'abbia mai impugnata, come aveva sostenuto invece Cinturrino, parlando di legittima difesa. Una ricostruzione che confermerebbe anche le indagini difensive degli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, legali della famiglia della vittima.

"Il pusher era al telefono" -

 Nelle indagini, tra l'altro, è stato appurato che Mansouri, poco prima di essere ucciso, era al telefono con un altro presunto pusher, che gli avrebbe detto: "Attento, c'è la polizia scappa". Poi, lo avrebbe richiamato ma il giovane non avrebbe più risposto, perché era già a terra. Da quel momento sono stati calcolati quei 23 minuti di ritardo nell'allertare il 118, per come ricostruito finora dagli investigatori.

Identificati due dna sulla pistola a salve -

 Sono stati individuati e identificati due dna sulla pistola caricata a salve trovata accanto al cadavere di Abderrahim Mansouri. È quanto si apprende dai primi esiti parziali delle analisi genetico forensi sull'arma, risultata poi una riproduzione di una Beretta. Sulle loro identità c'è riserbo nelle indagini della Procura di Milano e della Squadra mobile della Polizia. Da quanto risulta, poi, sulla pistola finta sono state trovate altre tracce genetiche complesse, ma su questi Dna devono ancora essere effettuate le comparazioni: per questo si tratta di dati parziali.

Intanto, gli inquirenti e gli investigatori continuano a indagare non solo su quanto accaduto quel pomeriggio nel boschetto, approfondendo anche tutto il contesto e il passato. Comprese, dunque, le attività e le operazioni dell'assistente capo su cui pesa, ad esempio, un presunto verbale d'arresto falso del 2024 a carico di un pusher che venne poi assolto. Le versioni degli interrogatori degli altri quattro agenti indagati, sentiti giovedì e che hanno ribaltato in pratica le loro precedenti dichiarazioni, vengono definite, da fonti qualificate, univoche e concordanti.

Piantedosi: "La polizia farà chiarezza senza sconti su Rogoredo" -

 "Sono compiaciuto che la polizia di Stato sia in grado di fare chiarezza e di non fare sconti a nessuno, di saper dare la migliore risposta a chiunque metta in dubbio la capacità di poter fare chiarezza anche al proprio interno. Poi noi accetteremo con assoluta serenità quello che emergerà", ha affermato il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi a margine dell'inaugurazione dell'ufficio Polmetro della Questura di Roma alla stazione Termini.

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