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Carnevale di Venezia tra razzismo e solidarietà: la discriminazione di Martine Diop Bullo diventa un caso

La discriminazione della giovane reginetta non è soltanto una vicenda di cronaca locale. Ma riaccende il dibattito sui leoni da tastiera e su i danni che l’odio online (che si manifesta con rapidità e violenza) possa arrecare soprattutto quando a essere esposta è una figura giovane

Nel cuore del Carnevale di Venezia tra tradizione, maschere e folclore il caso di Martine Diop Bullo ha oscurato tutti i colori della festa. La nuova reginetta incoronata Maria (una delle massime rappresentanti della rievocazione storica della Festa delle Marie) è stata travolta da una violenza verbale gratuita e inaspettata per il colore della sua pelle: il profilo social del comune si è visto invaso da commenti razzisti, poi rimossi dalla stessa amministrazione.

Una corona contro il pregiudizio - Martine, 18 anni, nata e cresciuta a Mestre, studentessa di Digital Management all’Università Ca’ Foscari, è stata scelta tra le dodici candidate provenienti dalla Città metropolitana di Venezia come Maria del Carnevale. Quel momento, pensato come celebrazione di tradizione e comunità, si è però presto trasformato in una dolorosa esperienza di discriminazione: subito dopo la pubblicazione sui social ufficiali del Comune di Venezia, numerosi commenti offensivi e razzisti sono apparsi sotto alle foto e agli annunci della vittoria, attaccando Martine sulla base del colore della sua pelle e mettendo in dubbio la sua appartenenza alla comunità veneziana.

La lezione di Martine - Martine ha scelto di rispondere alla cattiveria non con rabbia, ma con equilibrio e maturità. In un’intervista rilasciata dopo l’episodio, ha detto di essere rimasta “per forza male” per gli insulti molto violenti, ma ha ribadito: “non ci voglio pensare”, preferendo concentrarsi sulle numerose manifestazioni di affetto e sostegno ricevute. Ha ricordato di essere orgogliosa delle sue origini, nata da mamma veneziana e papà senegalese, e di amare la sua città, sottolineando però che nel 2026 non dovrebbe avere senso che differenze come il colore della pelle inneschino violenza e discriminazione sui social media. La sua risposta ha messo in luce una dignità che va oltre la celebrazione e coinvolge direttamente il senso di identità personale e collettiva, in un Paese che spesso si trova a confrontarsi ancora con problemi di pregiudizio e razzismo.

Oltre il Carnevale: un messaggio per tutti - La vicenda di Martine Diop Bullo va però oltr il semplice episodio di cronaca locale legato al Carnevale veneziano. Porta alla luce una questione sociale più ampia: l’effetto che i leoni da tastiera e le parole d’odio possono avere su persone reali, soprattutto giovani, e quanto sia importante rispondere con equilibrio, consapevolezza e comunità. Martine ha rappresentato Venezia con grazia dimostrando che la dignità può essere risposta concreta alla discriminazione, e che la forza di una società si misura anche nella capacità di difendere chi è esposto all’odio gratuito.

Il ruolo dei social - Nel giro di poche ore dalla pubblicazione dei post ufficiali del Comune di Venezia, i profili social istituzionali sono stati sommersi da commenti offensivi e razzisti. Un meccanismo ormai noto: l’algoritmo amplifica l’interazione, e l’indignazione genera visibilità. I cosiddetti leoni da tastiera agiscono spesso protetti dall’anonimato o dalla distanza fisica. Scrivere dietro uno schermo abbassa la percezione delle conseguenze, rendendo più facile oltrepassare limiti che nella vita reale difficilmente verrebbero superati. Il caso riapre il dibattito sulla responsabilità delle piattaforme digitali. I social network dispongono di sistemi di moderazione automatica e umana, ma la mole di contenuti rende difficile un controllo preventivo efficace. Nel caso di Martine, molti commenti sono stati rimossi dopo le segnalazioni e l’intervento degli amministratori delle pagine ufficiali. Tuttavia, la rimozione avviene spesso dopo che il danno emotivo è già stato inflitto. Qui si inserisce un nodo cruciale: dove finisce la libertà di espressione e dove inizia l’odio punibile? In Italia, l’istigazione all’odio razziale è perseguibile penalmente, ma sui social il confine tra opinione e discriminazione viene continuamente messo alla prova.

L’impatto psicologico sui giovani - Diversi studi mostrano che l’esposizione a commenti d’odio può avere conseguenze profonde, soprattutto su adolescenti e giovani adulti. Ansia, isolamento, perdita di fiducia in sé stessi sono effetti documentati. Martine ha reagito con compostezza, dichiarando di voler dare più peso ai messaggi di sostegno ricevuti. Ma non tutte le vittime riescono ad avere la stessa forza. E quando l’odio colpisce una persona giovane, l’impatto può essere amplificato dalla pressione pubblica. Se la moderazione è necessaria, l’educazione digitale è fondamentale. Le scuole e le famiglie hanno un ruolo centrale nel trasmettere consapevolezza sull’uso delle parole online. Il caso di Martine diventa così occasione per riflettere su un principio semplice: la rete non è uno spazio separato dalla società, ma ne è estensione. La qualità del dibattito pubblico digitale riflette la maturità civile di una comunità.