Snoop Dogg tedoforo a Gallarate, l'atleta ucraino al quale è stato proibito di indossare un casco per ricordare le vittime della guerra in corso nel suo paese. Il via libera agli atleti paralimpici russi e bielorussi che a Milano-Cortina potranno tornare a gareggiare sotto le rispettive bandiere (e non più come "neutrali") e l'occhio delle singole federazioni sportive e dei governi rivolto al medagliere perché è inutile nasconderlo: una medaglia, soprattutto se d'oro, porta prestigio all'intero sistema Paese.
Insomma: nell'arena sportiva olimpica, dove i migliori atleti del pianeta si sfidano, "scendono" anche i governi, spesso desiderosi di restituire un'immagine di grandiosità al mondo. In occasione dei Giochi, ciò può avvenire non solo con il piazzamento su uno dei tre gradini del podio, ma anche (e soprattutto) organizzando la rassegna, durante la quale chi ospita trasmette al mondo la propria cultura e i propri valori al fine di modellare l'opinione pubblica e perseguire interessi a livello internazionale. Insomma, quello che il politologo statunitense Joseph Nye definì soft power.
Della presenza di Snoop Dogg in Italia e delle Olimpiadi come strumento di soft power, ne parliamo con Mireno Berrettini, analista ISPI e docente di Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Le Olimpiadi non sono soltanto sport. In particolare, la cerimonia d'apertura viene usata dal paese ospitante come "biglietto da visita". Si può parlare, dunque, di "uso politico" dei Giochi?
"I grandi eventi sportivi sono momenti altamente simbolici, espressioni di una collettività e strumenti di rappresentazione del potere. In effetti, ci raccontano come le comunità, le nazioni, gli Stati vogliono essere visti, quale posto pensano di occupare nel mondo e quale futuro immaginano per sé. Nel caso della cerimonia d'apertura, attraverso immagini, musica, riferimenti storici, uno Stato costruisce una narrazione di sé. A livello epidermico è chiaramente uno spettacolo, ma non è soltanto questo: stiamo parlando di un dispositivo di legittimazione internazionale. Organizzare le olimpiadi significa dimostrare capacità economica, stabilità politica, efficienza amministrativa e provvedere alla sicurezza. È una forma di soft power, certo, ma anche una dichiarazione implicita di status: chi ospita i giochi si presenta come attore identificabile del sistema internazionale. In questo senso, lo sport non è separato dalla politica: è uno dei suoi linguaggi, e le Olimpiadi dunque sono uno specchio del sistema internazionale".
L'arrivo di Snoop Dogg in Italia ha avuto un'importante eco. In molti parlano di mossa strategica di Washington per distrarre l'opinione pubblica dalle vicende di Minneapolis
"Per tutto il XX secolo, gli Stati Uniti hanno dimostrato di saper utilizzare la cultura come strumento di influenza globale. Hollywood, la musica, l’intrattenimento sono stati veicoli di soft power ben prima che il termine diventasse di uso comune. Ciò vale anche nel XXI secolo. La presenza di una personalità come Snoop Dogg in un contesto olimpico non è casuale: comunica l’idea di un’America informale, inclusiva, creativa, capace di trasformare ogni evento in spettacolo. È un messaggio che affianca – e in parte bilancia – la dimensione della politica ufficiale, più ingessata. La capacità performativa di Washington su questo piano è confermata anche dal fatto che sono gli unici a poter mettere in campo figure iconiche di caratura globale, nel senso che sono riconosciuti e identificabili a livello planetario. Dunque, non si tratta semplicemente di distrarre l’opinione pubblica, ma di offrire un’immagine complementare della potenza americana: meno istituzionale, più culturale, più “popolare”".
In quest'ottica di "rivalità" con altri Stati, quanta attenzione ripongono i paesi sul medagliere?
"Il medagliere non è mai solo una classifica sportiva: è una graduatoria che possiamo leggere anche politicamente, sebbene non lo si ammetta esplicitamente. Per prima cosa, pensiamo al fatto che quasi automaticamente, tendiamo a leggere le performance degli sportivi attraverso il prisma della nazione. Certo, ci emozioniamo per le gesta di atleti (anche stranieri), quando una prestazione è superlativa, ma esultiamo quando vince un connazionale. La dimensione del politico si inserisce tra la vittoria del singolo e l'esultanza della collettività. Nella storia del XX secolo, il confronto sui risultati olimpici è stato uno degli strumenti attraverso cui le potenze misuravano la propria vitalità internazionale. Oggi la dimensione competitiva resta. Battere un rivale ha una diretta valenza per gli atleti, ma alla luce di quanto detto, vale indirettamente anche per le collettività, dato il poderoso impatto simbolico: alimenta l’orgoglio nazionale, rafforza la coesione interna e contribuisce alla percezione esterna di dinamismo. Vincere significa “saper fare”, ovvero “poter fare”, in ultima istanza “potere”".
Sport e politica si intrecciano, lo abbiamo detto. Alla luce di ciò, che lettura dà alla decisione di permettere agli atleti paralimpici di Russia e Bielorussia di gareggiare sotto le rispettive bandiere?
"Le istituzioni sportive internazionali storicamente tendono a rivendicare una propria autonomia rispetto alla politica e, soprattutto, cercano di proporsi come spazio terzo rispetto ai conflitti. Non significa che siano neutrali in senso assoluto – perché ogni decisione ha inevitabilmente un valore simbolico –, ma che tentano di preservare una dimensione di universalità. La decisione va letta nel quadro di Giochi in cui partecipano pienamente anche Stati fortemente contestati o coinvolti in tensioni interne e internazionali, come Israele o Iran. Si tratta dunque di un elemento di riequilibrio: lo sport diventa uno dei pochi ambiti in cui attori contrapposti continuano a condividere lo stesso spazio regolato. È la dimostrazione che, anche in una fase di frammentazione dell’ordine globale, esistono ancora luoghi simbolici in cui la competizione si svolge secondo regole comuni. E questo, oggi, non è un dato secondario".