A due anni dalla morte dell'oppositore russo Alexei Navalny e alla vigilia del quarto anno di guerra, ne è passata di acqua sotto i ponti della Federazione. La Corte europea dei diritti umani (Cedu), proprio sul caso Navalny, ha condannato Mosca per violazione di numerosi diritti fondamentali, compresi quello alla vita e il divieto di essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti. Mentre, Mariana Katzarova, relatrice speciale delle Nazioni Unite, ha dichiarato che la Russia detiene più di 2mila prigionieri politici, tornando a sottolineare l'allarme per le loro condizioni. Infine, recentissima, la notizia che la colonia penale n. 2 (IK-2) nella città di Pokrov, nella regione di Vladimir, dove, da marzo 2021 a giugno 2022, Navalny stesso era stato detenuto ("Non avrei mai immaginato che un vero campo di concentramento potesse essere allestito a 100 chilometri, da Mosca", scriveva), è stata chiusa. Ma per quanto riguarda i dissidenti nel Paese i dati non sono confortanti. Anche se sembra aprirsi uno spiraglio: il ritorno al Consiglio d'Europa della piattaforma dell'opposizione civile russa, unita nel sostegno all'Ucraina. Lo conferma a Tgcom24 Giulia De Florio, slavista e docente di Lingua Russa dell'Università di Parma e presidente di Memorial Italia, parte del network dell'Ong nata a Mosca alla fine degli anni Ottanta per lo studio delle repressioni di epoca sovietica, la denuncia delle violazioni dei diritti umani nei contesti sovietico e postsovietico e la difesa dei diritti umani nella Russia e nello spazio postsovietico attuali, associazione ora parzialmente sciolta per via giudiziaria dalla procura generale della Federazione.
© Withub
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Il punto, a due anni dalla morte di Navalny: qual è la situazione dell'opposizione in patria e all'estero?
"Non è una situazione rosea, è complessa e la continuazione del conflitto russo-ucraino rende sempre più difficile la comunicazione tra quella parte della società russa che si oppone e si schiera contro la guerra dentro il Paese e quella parte che è fuori. Perché cambiano o semplicemente sono percepite in modo diverso le priorità dell'agenda ed è arduo trovare un linguaggio comune per combattere le stesse battaglie. L'opposizione russa all'estero, come abbiamo visto in questi 4 anni di guerra, è molto frammentata, poco omogenea, molto disunita, poco in grado di trovare punti di contatto solidi su cui basare una possibile azione politica".
Ma è attiva?
"Ci sono tantissime iniziative lodevoli, c'è tanta informazione che cerca di contrastare la propaganda, ma non vedo una forte coalizione di intenti. Sono state già varate alcune road map da varie associazioni e da parte della stessa Memorial, tra cui i famosi '100 giorni dopo Putin' della Fondazione Anti-Corruzione di Yulia Navalnaya. Sono, però, tutti programmi che innanzitutto presuppongono un dopo, che per ora non si vede né tengono conto di quella che sarà la situazione reale. Sono delle linee guida, degli orientamenti che hanno sì un peso e un loro valore, ma non sono programmi politici veri e propri e non vogliono esserlo. Per ora siamo molto indietro rispetto a un'idea di opposizione, anche perché, non essendoci una vera e propria politica nella Federazione Russa di oggi, non si riesce a dare vita alla politica vera e propria. Non dimentichiamoci di contestualizzare sempre".
Ma chi c'è alla guida, se c'è una guida?
"Non vedo una guida in questo momento, anche perché, ripeto, le istanze e i presupposti da cui partono le figure pubbliche, che noi occidentali, in maniera anche un po' grossolana, identifichiamo come oppositori, sono diverse tra loro e hanno anche obiettivi spesso diametralmente opposti. Tanto meno vedo per ora una guida unica, che possa coalizzare e convogliare su di sé tutte le varie istanze, che si muovono soprattutto nello spazio europeo e un po' anche americano, e che, soprattutto, possano far sentire la loro voce e avere un peso anche per chi combatte il regime dall'interno".
Che apporto potrà dare alla "resistenza" russa il recente ritorno al Consiglio d'Europa della piattaforma dell'opposizione civile russa?
"La piattaforma che è stata di recente eletta è anch'essa un po' una scommessa e credo che sia ancora troppo presto per poter dire che apporto potrà dare. Quello che sappiamo è che è nata non sotto i migliori auspici: le candidature e le selezioni dei rappresentanti sono state accompagnate da molte polemiche, da accuse più o meno velate di trasparenza; non c'è nessun rappresentante della Fondazione Anti-Corruzione anche se è, o meglio era, comunque, la più grande forza civile politica opposta a Putin e che anche dopo la morte di Navalny resta una voce importante. La sua assenza si sente".
Nessuna speranza, allora?
"Premesso ciò, mi sembra difficile dire quale potrà essere un reale, concreto apporto. Certo che è uno strumento con del potenziale, non solo a livello simbolico, perché può diventare utile per favorire quello scambio tra chi è fuori e chi è dentro ed è soprattutto un modo definitivo per ribadire quella che è l'urgenza: mettere l'agenda ucraina al primo posto. A tal proposito, ho letto in una recente dichiarazione congiunta che si va proprio in questa direzione: la vittoria, la resistenza e il supporto all'Ucraina sono al primo punto della piattaforma. Senza questo, di fatto, non solo tutto il resto sarebbe stato più complesso da portare avanti, ma ciò avrebbe voluto dire anche perdere parte del sostegno della stessa comunità ucraina e di coloro che vogliono questo tipo di priorità. Ora, alle dichiarazioni, dovranno seguire le azioni. Bisognerà vedere quanto ognuno del gruppo riuscirà a conciliare i propri obiettivi personali, molto diversi per formazione, storia, background, con un'idea comune di lavoro per riaprire un dialogo basato sui valori democratici all'interno della Federazione Russa".
Chi, tra le figure di spicco del panorama politico e civile russi, è attualmente nelle colonie penali?
"E' una lista lunghissima che si allunga sempre di più. Difficile nominarli tutti, anche se dovremmo farlo per ricordare il prezzo che pagano coloro che provano a contrastare il regime o hanno semplicemente provato a documentare quanto stava accadendo sotto i propri occhi. Si possono però ricordare i casi che sono arrivati anche qui in Italia, come quello di Alexei Gorinov, avvocato ed ex deputato municipale di Mosca, in carcere dalla primavera del 2022, che versa in condizioni di salute gravi; fortunatamente resta in contatto con alcuni dei nostri soci. C'è anche Boris Kagarlitsky, figura molto nota nel panorama politico, sociologo e filosofo marxista, dissidente già del periodo sovietico e che adesso vive una sua seconda dissidenza, scontando costanza e perseveranza nel portare avanti le sue idee".
Chi altro, tra gli eredi più diretti di Navalny?
"Buona parte del quartier generale del Fondo anti-corruzione di Navalny, preso di mira dalle autorità in questi anni per la loro militanza e il loro attivismo, è nelle colonie penali del Paese. Penso a Daniel Kholodny, ex direttore tecnico del canale YouTube Navalny Live, condannato a 8 anni di reclusione. E ancora Ksenija Fadeeva, la coordinatrice del movimento di Navalny a Tomsk. Figure di altre città, anche loro tutte arrestate, processate, condannate. Ma ora nel mirino del regime ci sono pure esponenti rilevanti in una società democratica, come i giornalisti, una minaccia per qualsiasi autoritarismo, e gli avvocati".
Giornalisti e avvocati?
"La persecuzione nei confronti dei giornalisti si fa sempre più feroce. Tra i primi casi, fece anche scalpore in Italia quello di Ivan Safronov, condannato a oltre 20 anni per alto tradimento. Fu il primo di una serie. Con lui, Antonina Favorskaya, corrispondente dell'emittente SotaVision, e i colleghi Sergei Karelin, Konstantin Gabov e Artyom Krieger, accusati di aver collaborato con Navalny. Ora, poi, iniziano a essere sotto attacco, ed è sintomatico di una giustizia ormai allo sbando, gli avvocati, che con coraggio decidono di assumere la difesa nei processi a sfondo politico. Anche su di loro aumenta la pressione e anche solo la paura di possibili ritorsioni è un ottimo deterrente perché i prigionieri politici si ritrovino abbandonati anche da quei pochi contatti che possono avere con il mondo esterno, perché il difensore rappresenta l'unico tramite con famigliari, amici, conoscenze del mondo libero".
Qual è il ruolo di Memorial a sostegno degli oppositori in carcere?
"Il nostro lavoro è vario e multiforme. Si va dall'assistenza legale a quella sanitaria, quando è possibile fornirla. E, ancora, assistenza economica, tramite raccolte fondi e la ricerca di sponsor che possano contribuire alla causa. C''è anche un lavoro di costante monitoraggio con la compilazione e l'aggiornamento delle liste dei prigionieri politici; lo studio dei loro casi, sia per approntare la migliore difesa sia per definire i parametri dell'essere prigionieri politici, e, non ultimo, l'impegno di sensibilizzazione al tema nei Paesi dove Memorial opera".
Quali le iniziative rivolte direttamente alla società?
"Ci sono le classiche giornate/serate di scrittura di lettere ai prigionieri politici: si radunano cittadini comuni di ogni Paese per intrattenere corrispondenza con una persona che si trova in una colonia penale russa. Ma anche attività artistiche, eventi, incontri, raduni, dibattiti sul tema della libertà anche con la partecipazione di ex prigionieri politici che testimoniano il loro calvario. Tutto al fine di sensibilizzare l'opinione pubblica occidentale ed europea".
E il riscontro in Italia sul tema?
"Rispetto al tema dei prigionieri politici della Federazione l'Italia mi sembra molto distratta. In quelle colonie non ci sono solo cittadini russi, ma spesso anche ucraini di cui si sa pochissimo, versano in condizioni terribili e, se si può, sono anche trattati peggio di tutti gli altri. Di questo crescente numero di persone si parla sempre pochissimo da noi e occorre lavorare molto sull'informazione, perché si ponga al centro dell'attenzione anche questo crimine di cui si macchia il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin".
© Memorial Italia
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Memorial si confronta con attori istituzionali sovranazionali?
"Il dialogo con le istituzioni europee è sempre fitto, i canali sono aperti, c'è uno scambio continuo: siamo spesso invitati per report, interventi pubblici e non e per dare conto della situazione, di come si evolve e di quali sono le problematiche più forti da affrontare. In questo senso, segnalo la campagna internazionale 'People First' per chiedere la liberazione delle persone detenute con la forza a seguito dell'invasione russa dell'Ucraina. Coinvolge diverse organizzazioni e rappresentanti di varie forze politiche e della società civile. L'anno scorso, per esempio, come Memorial Italia abbiamo organizzato una visita al Parlamento di Roma per la cosiddetta delegazione dei Nobel, composta dal russo Oleg Orlov, cofondatore di Memorial e prigioniero politico, dall'ucraina Olexandra Romantsova, direttrice del Centro per le libertà civili dell'Ucraina e dal bielorusso Leonid Sudalenko, collaboratore del centro per i diritti umani Viasna, le tre organizzazioni che avevano ricevuto il Nobel per la Pace nel 2022".
Cosa può fare un cittadino?
"Come cittadini possiamo fare molto, perché anche i gesti piccoli hanno un valore e un significato rilevanti. La prima azione che mi viene in mente, ma che a volte consideriamo la più arida, pur essendo in realtà fondamentale, è quella di donare a progetti indipendenti a favore di prigionieri politici per pagare gli avvocati e sostenere le famiglie dei detenuti. Un'altra azione molto semplice ma non banale è quella delle lettere ai prigionieri politici. Come Memorial Italia organizziamo questo tipo di incontri a Milano, a Bologna e in altre città e siamo a disposizione soprattutto di chi non parla russo e magari non conosce bene la situazione nella Federazione. Queste lettere sono un sostegno reale alle persone, non è una mia convinzione personale: ho incontrato e ascoltato tanti liberati dalle colonie penali russe e tutti hanno confermato che, se sono riusciti a sopravvivere in quelle condizioni di reclusione e di continua violenza e vessazione psicologica e a volte anche fisica, è anche perché hanno ricevuto voci da fuori, mani protese verso di loro e hanno potuto continuare ad avere un'idea di mondo diversa da quella che vedevano lì dentro".
Prossimi appuntamenti?
"Partecipare a eventi con ex prigionieri, andare a parlare di questi temi nelle scuole, tra i propri amici, sensibilizzare il più possibile è anche questo parte di quel movimento di costruzione o di ri-costruzione di quello che ogni violenza di Stato vuole annientare, che è prima di tutto la privazione della libertà dell'individuo, ma anche la capacità delle persone di venire in soccorso l'una con l'altra. Per cui anche il battage mediatico, le firme nelle petizioni non sono solo gesti simbolici ma manifestazioni di attenzione che fanno la differenza. Da poco, a fine gennaio, è stato il compleanno di Yuri Dmitriev, dissidente arrestato nel 2016 con accuse infondate, malato di cancro, lasciato senza cure adeguate. Per lui scrittori, attivisti e registi, dal premio Pulitzer Anne Applebaum a Svetlana Alexievich Nobel per la Letteratura, hanno firmato un appello per chiedere la liberazione. Per esempio, a Roma il 9 marzo e a Milano l'11, si potrà incontrare Aleksandra "Sasha" Skochilenko, giovane artista e attivista di San Pietroburgo liberata il 1° agosto 2024. Si è opposta al regime di Putin diffondendo, con una protesta personale, messaggi contro la guerra in Ucraina. Proprio a Milano diventerà una Giusta della Terra, insieme a Martin Luther King".