
Jo Squillo: Stéphane Rolland, la collezione Haute Couture Spring-Summer 2026
"Ho concepito questa collezione come la ricomparsa di un circo che si credeva scomparso." Stephane Rolland.

Un circo che non alza la voce, che non cerca l'attenzione attraverso l'eccesso, ma attraverso la presenza. Le prime silhouette entrano come si entra in uno spazio sacro: cappotti asimmetrici, abiti-cappotto, lunghe mantelle strutturate che disegnano un'architettura di silenzio.
"I volumi sono precisi, a tratti quasi severi, perché questo circo è costruito sul rigore assoluto, su una tensione costante tra corpo e materia. Gazar, raso duchessa e crêpe diventano materiali tanto costruttivi quanto espressivi. Ogni capo è concepito come una struttura da abitare, un rifugio, un palcoscenico.
La passerella si dispiega come una processione, un cerchio che si chiude su se stesso. Le silhouette avanzano lentamente, con gravità deliberata, come artisti consapevoli del peso del loro ruolo. Le tute, onnipresenti, incarnano l'idea del corpo intero, libero nei movimenti ma perfettamente contenuto. Shorts strutturati, bustier, abiti con balze o schiena alata traducono l'equilibrio instabile del circo: sostenere, sollevarsi, non cadere. Spalle volumetriche, maniche cubiche, gonne a corolla o a palloncino evocano sospensione, slancio, l'istante appena prima del salto.
Nulla è illustrativo; tutto è suggerito.
Il circo che mi ispira è abitato da figure archetipiche: l'Auguste, il Direttore del Circo, Pierrot, il clown solitario. Non cerco di rappresentarli, ma di estrarne l'essenza. Il clown diventa una tensione tra gravità e fragilità, tradotta attraverso materiali opachi contrapposti a esplosioni di ricami. Il Direttore del Circo appare nel rigore delle linee, nell'impeccabile compostezza delle silhouette in bianco e nero.
Pierrot si percepisce nelle gorgiere, nei volumi circolari, nei contrasti radicali. Questi personaggi vivono attraverso il taglio, il ritmo e la materia.
Il ricamo gioca un ruolo centrale, non come ornamento ma come linguaggio. Diamanti, cristalli, rubini, topazi, granati non parlano di ricchezza, ma di luce. Appaiono come costellazioni, punti di orientamento nell'oscurità. Ogni spilla, ogni dettaglio in plexiglas è concepito come un frammento di scenografia, un accessorio di scena disposto sul corpo. Il gioiello diventa architettura; l'abito diventa scenografia. Tutto è in dialogo; nulla è isolato.
Pablo Picasso è presente in questa collezione con una presenza evidente. Il suo rapporto con il circo, con i saltimbanchi e le figure marginali ma profondamente umane, alimenta la mia visione. Ciò che mi interessa è la sua capacità di vedere la bellezza nella fragilità, la nobiltà nella marginalità. La passerella è concepita come un balletto contemporaneo, un omaggio indiretto a Parade. Come in Picasso, i corpi sono a volte spigolosi, a volte flessibili, sempre espressivi. La moda diventa un'arte del movimento tanto quanto della forma.
La musica di Erik Satie mi accompagna in questa ricerca di moderazione. Una musica che rifiuta il pathos, che avanza attraverso la ripetizione, la rottura, l'ironia. Ispira il ritmo dello spettacolo: lento, quasi ipnotico.
A questo rigore si aggiunge la malinconia di Nino Rota, il suo senso di squilibrio poetico. I film di Fellini infestano l'atmosfera, infondendo una strana tenerezza per esseri eccessivi, fragili, magnifici. Un immaginario bandoneon accompagna le silhouette, come un respiro.
Il circo che invoco è anche quello del Secondo Impero, il Cirque d'Hiver sotto Napoleone III. Un circo di splendore contenuto, disciplina e cerimonia. Materiali nobili, neri profondi, bianchi radiosi, rossi ricamati con pietre preziose dialogano con questa idea di grandezza controllata. Mantelle, abiti lunghi e strascichi evocano un rituale quasi imperiale. Eppure nulla è fisso; tutto è attraversato dal movimento. È un circo di eleganza e tensione.
Le colombe appaiono come un simbolo trasversale, quasi politico. Attraversano la collezione come un respiro, una respirazione necessaria. Ricamate, suggerite, a volte astratte, incarnano un'idea di pace, rinnovamento e fiducia. Ricordano anche Picasso, il suo gesto semplice e universale. In un mondo instabile, diventano un segno di positivismo senza ingenuità. Ci ricordano che anche nell'ombra, una luce persiste.
Questo spettacolo è concepito come un cerchio, un rituale. I fantasmi del circo tornano, non per rivivere il passato, ma per trasformarlo. Appaiono, attraversano lo spazio e scompaiono di nuovo. Ciò che rimane sono le sagome, il ricordo del movimento, l'emozione.
Il circo rinasce per un breve istante, trasportato da corpi, materiali e luce."
Stephane Rolland
© Ufficio stampa
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