La Corte d'assise del tribunale di Como ha condannato all'ergastolo per omicidio volontario aggravato Giuseppe Calabrò, detto "u' duttiricchiu", 74 anni, originario di San Luca (Reggio Calabria), e Demetrio Latella, 71 anni, detto "Luciano", anche lui originario di Reggio, ma residente in provincia di Novara, per il concorso nell'omicidio volontario aggravato di Cristina Mazzotti, sequestrata a Eupilio (Como) il 30 giugno del 1975 e ritrovata morta il 1° settembre dello stesso anno a Galliate (Novara). Cristina era figlia dell'imprenditore Elios Mazzotti e fu la prima donna vittima dei sequestri di 'ndrangheta in Lombardia negli Anni Settanta.
Il processo -
Di "Luciano" era l'impronta digitale che fu trovata sulla carrozzeria della Mini sulla quale Cristina viaggiava la sera del rapimento. E Latella è reo confesso: ammise di avere preso parte al rapimento dopo l'attribuzione dell'impronta, resa possibile dal sistema Afis della polizia scientifica di Roma soltanto nel 2006.
Per tutti gli imputati, lo scorso luglio, la Procura aveva chiesto la pena dell'ergastolo. Invece, i due imputati sono stati assolti dal reato di concorso in sequestro di persona a scopo di estorsione, in quanto il reato è da ritenersi estinto per intervenuta prescrizione. Assolto per non avere commesso il fatto il terzo imputato, Antonio Talia, 73 anni di Africo. Calabrò e Latella sono stati condannati anche al pagamento di una provvisionale di 600mila euro a favore di ciascuno dei due fratelli di Cristina, Vittorio e Marina Mazzotti.
La pm della Direzione distrettuale antimafia di Milano, Cecilia Vassena, che a quasi mezzo secolo di distanza dai fatti aveva riaperto l'inchiesta sulla scomparsa della giovane, aveva chiesto di condannare tutti e tre gli imputati all'ergastolo. "Mi vengono i brividi a pensare alla sua prigionia, Cristina è stata sottoposta a condizioni disumane. La buca era sotto il pavimento di un garage. In quella buca non poteva neanche stare in piedi, respirava con un tubo del diametro di pochi centimetri", aveva riscotruito in sette ore di requisitoria il magistrato Vassena, ripercorrendo la lunga storia del rapimento e ricordando le testimonianze degli amici di Cristina, Emanuela Lovisari e Carlo Galli, che ancora nel corso del dibattimento avevano riconosciuto senza esitazione l'imputato Calabrò come componente della banda che operò materialmente il sequestro.
Nel processo il fratello e la sorella della vittima, Vittorio e Marina, si sono costituti parte civile assistiti dall'avvocato Antonio Repici. In aula a Como c'erano anche i rappresentanti degli studenti del Liceo classico Carducci di Milano in cui studiava Cristina, che, come ricordato, fu la prima donna vittima dei sequestri di 'ndrangheta che insanguinarono la Lombardia a partire dagli anni Settanta.