L'intervista

Orfani di femminicidio, a Milano una realtà che li supporta: "Li abbiamo lasciati troppo soli"

Il caso del figlio di Federica Torzullo ha riaperto il dibattito su queste vittime spesso invisibili. La Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano, insieme ad altri partner, fa parte di un progetto ad hoc: Tgcom24 ne ha parlato con le addette 

di Giorgia Argiolas

© Istockphoto

Gli orfani di femminicidio perdono tutto in un attimo. L'ultimo caso balzato agli onori delle cronache è quello del figlio di Federica Torzullo. Commovente come il piccolo abbia chiesto di poter riavere i suoi giochi: molte volte, infatti, non ci pensiamo ma quei bambini e ragazzi, già segnati dal lutto, perdono anche le cose materiali che rappresentavano per loro l'equilibrio, la routine. Eppure, gli orfani di femminicidio, definiti "speciali", molto spesso sono anche invisibili. In Italia, non c'è un registro ufficiale; inoltre, gli strumenti che esistono, come la Legge 4 del 2018 (che tutela gli orfani a causa di crimini domestici), non sempre sono conosciuti abbastanza anche dagli stessi addetti ai lavori. La Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano offre, insieme ad altri partner, supporto a queste persone attraverso il progetto "Orphan of Femicide Invisible Victim (Orfani di Femminicidio Vittime Invisibili)". "C'era un'enorme necessità di dare voce a questa realtà", dichiara a Tgcom24 Cristina Barbieri, operatrice Cadmi che si occupa del progetto. "Dobbiamo poter garantire a tutti gli orfani, le orfane e le famiglie affidatarie sul territorio nazionale un sostegno completo, efficace, positivo. Questo lavoro è molto importante e lo dobbiamo fare rapidamente perché abbiamo già lasciato un po' troppo sole queste persone", aggiunge Cristina Carelli, coordinatrice generale di Cadmi che ha seguito il progetto dall'inizio. 

Il progetto -

 Il progetto, rivolto agli orfani di età compresa tra 0 e 21 anni, è promosso dalla cooperativa Iside, attraverso la partecipazione al bando "A braccia aperte" dell'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa, ed è finalizzato a realizzare interventi integrati e multidisciplinari in grado di prendere in carico tempestivamente e individualmente gli orfani di femminicidio e le loro famiglie. Della durata di 48 mesi, interessa l'area del "Nord-Est": opera in cinque regioni (Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Trentino Alto Adige e Veneto) attraverso il coinvolgimento di 18 partner distribuiti su sei regioni (Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Trentino Alto Adige e Veneto). Gli interventi progettuali forniscono un sostegno mirato agli orfani e alle loro famiglie in tutte le fasi, già a partire dai momenti immediatamente successivi all'evento traumatico, un supporto specializzato per la riparazione del trauma a medio e lungo termine, percorsi di accompagnamento per il reinserimento sociale e la piena autonomia professionale/lavorativa. Tgcom24 ha approfondito il tema con Barbieri e Carelli. 

Partiamo dal principio, di cosa hanno bisogno gli orfani di femminicidio? 

Carelli: Di riferimenti sia istituzionali sia sociosanitari molto competenti sul tema, cioè che sappiano tenere insieme l'evento drammatico - con quello che ne consegue - e la storia pregressa. Non dimentichiamoci, infatti, che gli orfani in questione sono minori che prima hanno vissuto certamente una violenza assistita. I femminicidi sono l'esito finale di una storia di violenza, e quindi questi sono bambini che già portano un carico importante e a cui viene tolto tutto: i punti di riferimento, in primis la madre, la quotidianità, le amicizie, le relazioni. Spesso devono trasferirsi di casa, cambiare contesto, magari anche scuola. È un'esperienza politraumatica. Quindi la competenza è necessaria. In Italia abbiamo tanti professionisti e tante professioniste che ancora non mettono insieme questo accadimento così drammatico con il tema della violenza di genere, ma tutto nasce da lì.   

Il progetto "Orfani di Femminicidio Vittime Invisibili" si propone proprio di promuovere lo sviluppo di pratiche e saperi efficaci nella presa in carico degli orfani e delle famiglie. Com'è nato? 

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Cristina Carelli

Carelli: Nasce tutto da un'opportunità che ci è stata fornita da un bando pubblicato dall'impresa Con i Bambini proprio finalizzato al sostegno di questa particolare popolazione. Un bando che prevedeva dei progetti territoriali che comprendessero diverse regioni in ciascuna delle cordate che erano state create su tutto il territorio nazionale. Noi facciamo parte della cordata Nord-Est. Hanno deciso di partecipare a questo bando mettendosi insieme diversi centri antiviolenza appartenenti alla rete nazionale D.i.Re che avevano sviluppato una certa sensibilità a partire da un progetto di ricerca, Switch-off, che aveva messo in evidenza i bisogni degli orfani di femminicidio, così come la necessità di fare focus su queste persone considerandole come individui da tenere in considerazione nel momento in cui si ragiona sul tema della violenza di genere. I centri antiviolenza hanno inoltre coinvolto altre realtà.  

Barbieri: Per esempio, nella nostra regione, in Lombardia, sono coinvolti soggetti come l'Università Bicocca, l'Istituto Minotauro di Milano, ed Edi, una cooperativa che si occupa dei diritti dell'infanzia. 

In che cosa consiste il progetto?  

Barbieri: Innanzitutto, il progetto ha avviato un approccio sistematico alla problematica individuando gli orfani e le orfane di femminicidio visto che non c'è un database fatto in maniera idonea per poter poi fare degli interventi. Un passo iniziale di difficile realizzazione. Ci sono stati forniti dei dati Eures e, in base a questi, abbiamo realizzato una mappatura per poter in qualche modo entrare in contatto sia con le famiglie affidatarie sia con gli orfani e le orfane di femminicidio. È stato un percorso utile anche per capire le necessità di queste persone e delle famiglie. Abbiamo trovato le situazioni più disparate: orfani e orfane e famiglie affidatarie che erano stati seguiti in maniera adeguata (i dati che ci erano stati forniti erano inerenti agli anni precedenti al 2022), altri che invece non avevano usufruito delle tutele esistenti, come appunto quelle previste dalla Legge 4 del 2018. Ci sono stati orfani e orfane che non hanno avuto un percorso di psicoterapia di sostegno adeguato, ad esempio. Noi non ci mettiamo in contatto direttamente con gli orfani e le orfane, ma tramite quelle figure che da un punto di vista istituzionale sono già intervenute nel momento in cui è accaduto il fatto, come sindaci, assessori, assistenti sociali, tutele minori. Una volta che abbiamo ottenuto che qualcuno possa passare il nostro contatto, allora si sente generalmente la famiglia affidataria per capire se ci sono necessità e in che modo possiamo essere utili.

Come agite poi?

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Cristina Barbieri

Barbieri: All'interno della nostra organizzazione abbiamo ruoli differenti, c'è una coordinatrice di progetto che si occupa dei suddetti passaggi, conseguentemente poi le operatrici affrontano proprio il colloquio con le persone. Colloquio che verte nella direzione della raccolta dei bisogni e della sistematizzazione di questi ultimi per poi realizzare delle linee guida. Per i percorsi che il progetto poi individua è previsto il sostegno agli orfani e orfane nell'ambito psicosociale, psicologico, legale, ma anche educativo e formativo-professionale, e quello alle famiglie in misura di accompagnamento e di sostegno nella relazione con l'orfano/a. Famiglie affidatarie che si trovano spesso a essere parenti prossimi, per cui anche loro già in uno stato di grave lutto.

Carelli: Il sostegno proposto dal progetto è ad ampio raggio e comprende anche quello economico per quei bisogni importanti che sembrano piccolezze ma che in realtà non lo sono: corsi sportivi, di logopedia, l'acquisto di uno strumento musicale per studiare meglio sono solo alcuni degli esempi.   

Quali gli obiettivi del progetto?  

Carelli: Il progetto ha come obiettivo quello di lavorare da un lato su un aiuto diretto alle famiglie affidatarie e agli orfani, dall'altro sulla creazione di una cultura sempre più attenta e più sensibile al tema. Nel progetto è prevista, infatti, anche un'attività a favore degli studenti e delle studentesse per informarli su che cos'è il fenomeno della violenza di genere in modo da prevenirne la manifestazione che può arrivare al femminicidio e, di conseguenza, anche a creare una situazione brutta per dei bambini e delle bambine. Non solo, oggi è molto importante che sia i media sia le istituzioni siano più sensibili al tema, più informati su quali sono i dispositivi previsti a sostegno di queste famiglie e di questi bambini per poter essere capillari sul territorio: da un lato informando l'opinione pubblica, dall'altro essendo pronti a informare chi si trova a dover vivere questa situazione. Oggi non possiamo ancora dire che ci sia una capillarità tale per cui siamo certi che, nel momento in cui accade il femminicidio e ci sono degli orfani, immediatamente il territorio sia pronto a informare queste persone dell'esistenza di un progetto come questo o della possibilità di esigere che vengano rispettati alcuni diritti, tra cui anche quelli previsti dalla Legge 4. Dei passi avanti sono stati fatti, ma abbiamo ancora bisogno di lavorare tanto. Le linee guida, per esempio, che vorremmo andare a costruire alla fine di questo progetto hanno un po' questo significato: dare delle indicazioni ai territori su come ci si deve attivare, su come si deve operare, ognuno facendo il proprio dovere, nel momento in cui accade una situazione di questo tipo. E questo a livello nazionale, perché l’Italia non può essere un territorio che lavora a macchia di leopardo su queste questioni.

Inoltre, se il territorio è pronto, allora anche la mappatura è corrispondente alla realtà. Bisogna aggiornare le banche dati e dare il supporto adeguato, che deve essere, però, tempestivo. Perché quando il tempo passa poi le persone legittimamente hanno voglia di lasciarsi alle spalle certi ricordi. E, quindi, intervenire successivamente significa anche andare a riaprire delle ferite che in un modo o nell'altro si stanno magari rimarginando. Noi speriamo di poter aiutare gli orfani e le orfane a elaborare quei vissuti per poter arrivare un giorno a rimarginare quelle ferite in un modo tale che non impattino più così tanto sulla loro esistenza. È chiaro che se li lasciamo senza supporto - che vuol dire supporto psicologico, economico, legale - allora poi le ferite continuano a sanguinare e quindi ad avere un impatto importante sulle vite di queste persone che invece hanno tutto il diritto di andare avanti.

Barbieri: Col progetto volevamo proprio costruire delle capacity building, cioè formare, al fine di prevenire, tutta una rete di professionisti. Questo impegno sta proseguendo. C'è un grosso lavoro di coordinamento tra i servizi pubblici e privati in questa direzione.

Infine, se potete fornirci qualche dato sul progetto…  

Barbieri: In questo momento, il progetto, nelle regioni coinvolte, dà supporto diretto a 38 orfani e orfane di femminicidio. Più del 75% ha assistito a violenze domestiche/stalking prima del femminicidio, oltre il 48% degli orfani e delle orfane era invece presente sul luogo del femminicidio. 

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