Sembra un déjà-vu di quasi mezzo secolo fa, quando a inizio anni '80 l’oro schizzava da 200 a 800 dollari l’oncia e due trader, i fratelli Hunt, tentarono di sfruttarne l’effetto sull’argento, che segue ma molto più velocemente, provando a comprare tutto il metallo fisico in circolazione per imporre il “loro” prezzo al mercato. Finì in un bagno di sangue. Oggi gli strumenti speculativi sono molto più sofisticati, e giocano fattori tecnici, come i margini chiesti dal Comex per operare a leva, portati sabato dal 6% all’8% per l’oro e dall’11% al 15% per l’argento.
RALLY RIDIMENSIONATO MA NON AZZERATO
La stretta ha fatto scattare l’ultima ondata di vendite che si è abbattuta su un mercato dei metalli preziosi già duramente provato da pesanti cali che hanno ridimensionato di un migliaio di dollari il rally che aveva spinto il giallo metallo in vista dei 5.500 dollari e l’argento sotto gli 80 da quasi 120 toccati solo pochi giorni fa. I prezzi restano comunque sopra i livelli di poco più di un mese fa.
IL CATALIZZATORE DELLA NOMINA DI WARSH ALLA FED
Solo una violenta correzione o appena l’inizio di una storica ritirata? La Storia non si ripete, casomai parla in rima, diceva Mark Twain. Il catalizzatore più importante del tonfo è stata sicuramente la designazione di Kevin Warsh alla guida della Fed, vista da molti come una garanzia dell’indipendenza della banca centrale la cui messa in discussione aveva fatto scattare la corsa ai beni considerati “rifugio”, come anche il Bitcoin che non a caso ha poi seguito l’oro, e arrestato la fuga emotiva da dollaro e Treasury.
FATTORI TECNICI E INDUSTRIALI
A spingere i due metalli alla caduta, dopo una corsa rispettivamente del 30% e di quasi il 70% da inizio 2026, hanno giocato appunto fattori tecnici, oltre ai margini del Comex anche il giorno di chiusura del mercato cinese. Anche il crescente uso dei metalli preziosi, tra cui ad esempio il palladio, per lo sviluppo delle infrastrutture necessarie all’IA, aveva contribuito al rally.
IL DOLLARO AL CENTRO DEGLI INTERROGATIVI
Molti interrogativi sull’evoluzione futura riguardano i Treasury e la sostenibilità fiscale degli USA, ma soprattutto il dollaro, rispetto al quale l’oro era visto come alternativa da chi aveva cavalcato il rally. L’indice globale del biglietto verde viaggia poco sopra 97, tutto sommato in linea con la media storica da inizio millennio, mentre il cambio con l’euro resta ben sotto 1,20, relativamente ma non drammaticamente debole.