Pechino ha dichiarato guerra alla chirurgia estetica. Negli ultimi mesi le autorità cinesi hanno intensificato i controlli sull’industria del "ritocchino", limitando pubblicità ingannevoli, chiudendo account online che promuovono interventi rischiosi e reprimendo pratiche non autorizzate. Il governo rivendica l’obiettivo di proteggere la salute pubblica e contrastare modelli di bellezza “distorti” promossi sui social media, ma il fenomeno dei ritocchi continua a crescere, soprattutto tra i giovani urbani. Ma perché, nonostante un mercato milionario e in continua espansione, il culto della "bellezza" viene così contrastato? Questa battaglia può essere letta anche come una forma di controllo dei corpi?
Normative e repressione - Il National Health Commission cinese e altre autorità sanitarie hanno promesso una stretta contro le frodi e le pratiche illegali nel settore della medicina estetica, puntando in particolare alle cosiddette “crash courses” di pochi giorni che insegnano tecniche cosmetiche senza formazione medica adeguata. Queste iniziative, attivate in almeno 20 città tra cui Pechino e Shanghai , sono viste come rischiose per i consumatori e per la sicurezza delle procedure. Le normative ribadiscono che nessuna struttura può fornire servizi estetici senza licenza appropriata e che i medici devono possedere qualifiche ufficiali e certificazioni. Le autorità hanno aumentato controlli sulla qualità dei prodotti come Botox e filler, e collaborano con la polizia per combattere attività criminali legate a prodotti contraffatti o uso improprio.
I giovani sono diventati i principali protagonisti di questo fenomeno. Le piattaforme social cinesi come Douyin e Xiaohongshu mostrano continuamente immagini di corpi e volti “perfetti”, contribuendo a creare standard estetici difficili da raggiungere senza interventi. Questi stessi social media sono stati oggetto di restrizioni da parte delle autorità proprio per la promozione di contenuti che possono incentivare decisioni impulsive e rischiose. Diversi studi internazionali mostrano anche come l’esposizione a immagini filtrate o idealizzate possa influenzare l’insoddisfazione corporea tra gli adolescenti, aumentando la considerazione di procedure estetiche come mezzo per conformarsi agli ideali percepiti. In Cina infatti sempre più ragazzi considerano la chirurgia estetica come parte della transizione verso una nuova fase della vita, spesso prima dell’università o dell’ingresso nel mondo del lavoro. I giovani citano motivazioni legate alla competizione sociale, alle opportunità professionali e all’autostima, in un contesto culturale dove l’aspetto fisico ha grande peso nelle dinamiche sociali.
Il boom della domanda estetica - Nonostante la stretta, il mercato della chirurgia estetica in Cina è in forte espansione da anni. Rapporti di mercato indicano una crescita rapida del settore, con procedure sia invasive che non invasive in aumento, e un valore che continua a salire. Storicamente, studi e report hanno mostrato che milioni di cinesi hanno già fatto ricorso alla chirurgia estetica, con una percentuale significativa di pazienti sotto i 30 anni. L’industria della medicina estetica in Cina vale decine di miliardi di dollari e coinvolge cliniche private, piattaforme digitali, influencer, produttori di farmaci e dispositivi medici, oltre a società finanziarie che offrono prestiti ai giovani per pagare gli interventi. Secondo analisti di settore, la crescita disordinata del mercato ha favorito speculazione, evasione fiscale e pratiche predatorie, in particolare verso studenti e giovani lavoratori.
Rispetto delle norme o controllo dei corpi? - Ufficialmente Pechino si dice preoccupata per questo “capitalismo dell’aspetto” : un settore altamente redditizio ma poco controllato, capace di amplificare disuguaglianze sociali, indebitamento privato e ansia collettiva. La battaglia contro la chirurgia estetica si inserisce quindi in una strategia più ampia del Partito comunista cinese, volta a ridimensionare industrie considerate socialmente dannose o ideologicamente problematiche. Ma c'è anche un non detto che offre un'altra lettura. L'esigenza non solo di riaffermare il primato dello Stato sul mercato contrastando modelli di successo fondati esclusivamente su bellezza, consumo e visibilità. Ma anche la volontà del controllo dei corpi. il controllo dei corpi. Nella visione del Partito comunista cinese, il corpo non è mai stato completamente privato, ma parte di un progetto collettivo da disciplinare. Dalla pianificazione delle nascite alle campagne sanitarie, fino alle recenti regolamentazioni sui modelli di comportamento giovanile, lo Stato ha storicamente rivendicato il diritto di intervenire su ciò che i cittadini fanno di sé. La chirurgia estetica, invece, rappresenta una forma estrema di autonomia individuale: modificare il proprio corpo per desiderio, status o competizione sociale. Un atto che sfugge al controllo ideologico e che produce identità non sempre allineate ai valori di sobrietà, produttività e conformità promossi da Pechino. In questo senso, la battaglia contro il bisturi non riguarda solo la sicurezza medica, ma chi detiene l’autorità ultima sul corpo e sui desideri che lo attraversano.
Troppo belli per essere liberi? - La guerra di Pechino alla chirurgia estetica, dunque, racconta molto più di una campagna contro cliniche illegali o influencer irresponsabili. Racconta una Cina alle prese con un dilemma profondo: come governare una società sempre più individualista senza rinunciare al controllo politico. Perché quando anche il volto diventa una questione di Stato, la domanda non è più quanto costi rifarsi il naso, ma quanto spazio resta per decidere chi vogliamo essere.