La Barbie “con autismo” ha immediatamente acceso il dibattito. C’è chi ha salutato l’iniziativa come un passo avanti storico verso l’inclusione e chi, al contrario, l’ha bollata come un’operazione di marketing che rischia di ridurre una condizione complessa a un insieme di simboli semplificati. La domanda che attraversa la polemica è una sola, ma cruciale: si tratta di inclusione autentica o di una rappresentazione scorretta? Da anni Mattel lavora a una diversificazione dell’universo Barbie: corpi non conformi, disabilità fisiche, diverse tonalità di pelle, professioni lontane dagli stereotipi. In questo percorso, la Barbie con autismo sembra inserirsi come tappa coerente. Secondo l’azienda, la bambola è stata progettata con il contributo di esperti e associazioni, per evitare errori grossolani e offrire un’immagine rispettosa. Ma è proprio qui che si annida la prima frizione: può un oggetto di consumo rappresentare una condizione neurologica senza banalizzarla?
I sostenitori dell'iniziativa - Chi guarda con favore alla nuova barbie ne sottolinea il valore simbolico. Per molti bambini e bambine nello spettro autistico, vedere una bambola “come loro” significa sentirsi riconosciuti. Non più solo osservatori di un mondo di giocattoli che racconta corpi e menti “normali”, ma protagonisti. Allo stesso tempo, per i coetanei neurotipici, quella Barbie può diventare uno strumento educativo, un modo per normalizzare la diversità fin dall’infanzia. In questa prospettiva, il giocattolo non è solo plastica, ma linguaggio culturale.
Attenzione alla semplificazione - Per gli scettici l’autismo non ha un volto unico, né tratti universali facilmente riconoscibili. È uno spettro ampio, fatto di esperienze, sensibilità e bisogni molto diversi. Rappresentarlo attraverso alcuni segni esteriori (un’espressione particolare, accessori “simbolici”, una descrizione standardizzata) rischia di cristallizzare un’immagine parziale, se non fuorviante. Il timore è che la bambola finisca per dire più su ciò che la società si aspetta dall’autismo che su ciò che l’autismo è davvero. Se Barbie è “quella con l’autismo”, non si corre il pericolo di ridurre il personaggio a una sola caratteristica? L’inclusione, sostengono alcuni, non dovrebbe consistere nell’aggiungere categorie, ma nel rendere la diversità parte integrante e non eccezionale del racconto.
I precedenti - La polemica sull’autistic Barbie si innesta in un contesto più ampio: quello di una linea di bambole che Mattel ha progressivamente trasformato in un catalogo di diversità e rappresentanza. La serie Barbie Fashionistas, nata con l’idea di offrire più tonalità di pelle, tipi di corpo e stili, ha ampliato il suo raggio includendo modelli che riflettono condizioni e caratteristiche spesso trascurate nei giocattoli. Tra queste, ci sono Barbie con sindrome di Down, bambole che portano apparecchi acustici, modelli in sedia a rotelle o con una protesi alla gamba, e perfino versioni che riflettono vitiligine o diversi tipi di corpo e texture di capelli. Esiste anche una Barbie pensata per i bambini non vedenti, con dettagli studiati in collaborazione con associazioni di settore per rispettare accuratamente quell’esperienza sensoriale. Questa continua espansione è parte della strategia dichiarata di Mattel di “riflettere il mondo che i bambini vedono” e di incoraggiare l’immaginazione attraverso storie che includono davvero tutti.
Il nodo del marketing - In un’epoca in cui l’inclusione è anche un valore spendibile, l’operazione appare a molti come una mossa calcolata. Il sospetto è che la causa venga utilizzata per rafforzare il brand, più che per produrre un reale cambiamento culturale. Non è un’accusa banale: quando la rappresentazione passa attraverso il mercato, il confine tra sensibilizzazione e sfruttamento diventa sottile. Se resta un oggetto isolato, buono per una foto e una campagna pubblicitaria, il rischio di superficialità è alto. Se invece diventa un punto di partenza per parlare di autismo in modo plurale, ascoltando le voci delle persone nello spettro e riconoscendo la complessità delle loro esperienze, allora anche una bambola può contribuire a cambiare lo sguardo.