Per 55 anni, ogni gennaio, il mondo si è dato appuntamento in una località sciistica svizzera di 10mila abitanti a 1.500 metri di altitudine. Ma ora il World Economic Forum potrebbe abbandonare Davos. Secondo il "Financial Times", Larry Fink, presidente di BlackRock e co-presidente ad interim del consiglio direttivo del Wef, avrebbe avviato discussioni riservate per spostare permanentemente il summit o adottare una formula a rotazione tra diverse sedi, tra cui Detroit, Dublino, Giacarta e Buenos Aires.
La critica di Fink è che il Forum sia diventato troppo elitario e distante dalla realtà. "Il Wef deve iniziare a fare qualcosa di nuovo: presentarsi — e ascoltare — nei luoghi dove il mondo moderno si costruisce davvero", ha scritto lunedì. "Davos, sì. Ma anche città come Detroit, Dublino, Giacarta e Buenos Aires". L'edizione 2026, in corso dal 19 al 23 gennaio, si svolge in un contesto di tensioni geopolitiche senza precedenti: presente Donald Trump, oltre a Macron, von der Leyen e i Ceo di Nvidia, Microsoft e Google, ma non il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Ma cos'è esattamente questo Forum che da oltre mezzo secolo riunisce i potenti del mondo in una località alpina così piccola ed esclusiva?
Cos'è il Forum di Davos -
Il World Economic Forum è una fondazione no-profit con sede a Ginevra, fondata nel 1971 dall'economista tedesco Klaus Schwab, inizialmente con il nome di "European Management Forum". L'obiettivo era facilitare i contatti tra leader europei e nordamericani. Nel 1987 ha cambiato nome in "World Economic Forum", ampliando la sua missione: "Migliorare lo stato del mondo coinvolgendo leader di business, politica, accademia e società civile".
L'evento si tiene ogni anno a fine gennaio a Davos, nel Cantone dei Grigioni. All'inizio era un incontro tra soli manager d'impresa, ma dal 1974 – con la crisi energetica – sono stati invitati anche leader politici. Oggi è un appuntamento che richiama circa 3mila partecipanti paganti: Ceo delle maggiori aziende mondiali, capi di Stato e di governo (quest'anno oltre 60), ministri, accademici, leader religiosi, rappresentanti di Ong e circa 400 giornalisti.
I numeri dell'evento -
Il Wef è un'organizzazione con entrate annue di 469 milioni di franchi svizzeri (circa 504 milioni di euro) nell'anno fiscale 2024-2025. Le quote di ingresso sono diversificate: 52mila dollari per un membro individuale, 263mila per "Industry Partner", 628mila per "Strategic Partner". L'ammissione costa 19mila dollari a persona.
Per garantire la sicurezza durante i cinque giorni dell'evento, la Svizzera impiega fino a 5mila militari e spende complessivamente circa 9 milioni di franchi (divisi tra Confederazione, Cantone dei Grigioni e Comune di Davos). Quest'anno il tema è "A Spirit of Dialogue" (Uno spirito di dialogo), con oltre 200 sessioni su geopolitica, intelligenza artificiale, cambiamento climatico e cooperazione internazionale.
Non solo Davos -
Oltre all'incontro annuale svizzero, il Wef organizza dal 2007 il "Summer Davos" in Cina (alternando tra Dalian e Tianjin), con circa 1.500 partecipanti per lo più da Paesi emergenti. Ci sono poi incontri regionali negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita, oltre a iniziative settoriali durante l'anno.
Le critiche: troppo elitario, costoso, inefficace -
Il Forum è stato duramente contestato dal movimento no-global dalla fine degli anni '90, accusato di promuovere un capitalismo che aumenta povertà e distruzione ambientale. Una delle critiche principali riguarda l'ipocrisia climatica: nel 2022, un partecipante su dieci è arrivato in jet privato a un evento che metteva la crisi climatica all'ordine del giorno.
Non mancano altri punti controversi: il ruolo preponderante che i "partner strategici" (multinazionali) hanno nella definizione dei temi, lo status di esenzione fiscale dell'organizzazione (che non paga tasse federali svizzere pur avendo riserve di centinaia di milioni), i processi decisionali poco trasparenti, la scarsa rappresentanza femminile (24% nel 2020) e il costo pubblico della sicurezza che grava sui contribuenti svizzeri.
Quando Davos ha fatto la storia -
Eppure, tra saloni d'hotel e incontri riservati, Davos ha scritto alcune pagine di diplomazia che altrimenti non sarebbero mai esistite. Era il 1988 quando Grecia e Turchia, sull'orlo di un conflitto armato per il controllo dell'Egeo, si sedettero allo stesso tavolo sulle Alpi svizzere. Nacque la "Dichiarazione di Davos", che non solo evitò la guerra ma aprì un canale di dialogo che sarebbe durato anni.
L'anno dopo, il 1989, fu la volta della Corea. Per la prima volta dalla divisione della penisola, i ministri di Corea del Nord e Corea del Sud si incontrarono faccia a faccia. Non in una zona demilitarizzata, ma in una sala conferenze tra le Alpi, lontano dai riflettori e dalle pressioni delle rispettive capitali.
Ma forse il momento più iconico arrivò nel 1992, quando il mondo vide per la prima volta Nelson Mandela e Frederik de Klerk apparire insieme su un palco internazionale e stringersi la mano. L'apartheid era ufficialmente finito da poco più di un anno, il Sudafrica era in piena transizione, e quella presenza congiunta a Davos mandò un messaggio potente: la riconciliazione era possibile.
Due anni dopo, nel 1994, fu la volta del Medio Oriente. Shimon Peres e Yasser Arafat firmarono a Davos l'accordo quadro su Gaza e Gerico, un tassello cruciale nel processo di pace che sembrava, allora, a portata di mano. Erano i giorni in cui si credeva ancora che il dialogo potesse prevalere.
Il possibile addio -
Con la possibilità che Davos perda la sua sede storica, il 2026 potrebbe segnare l'inizio di una nuova era per il Forum: meno elitario, più distribuito geograficamente, più vicino ai "luoghi dove il mondo moderno si costruisce davvero". Se le proposte di Fink porteranno frutti, tra qualche anno potremmo ritrovarci a parlare del "Forum di Detroit" invece che del "Forum di Davos".