Le tensioni tra Stati Uniti ed Europa tornano a scuotere il quadro geopolitico, ma i mercati restano per ora relativamente stabili. Per Anthony Willis, Investment Manager di Columbia Threadneedle Investments, il vero punto non è l’impatto economico dei dazi minacciati da Washington, bensì il segnale politico che queste mosse inviano agli alleati europei.
ANNUNCI PIÙ CHE MISURE CONCRETE
Secondo Willis, è fondamentale distinguere tra retorica e decisioni operative. “Non siamo di fronte a un ordine esecutivo, ma a dichiarazioni diffuse sui social media”, osserva l’esperto. Uno schema già visto, che in passato non ha prodotto effetti duraturi sui mercati. Anche sul piano legale, l’eventuale utilizzo dell’International Emergency Powers Act, una legge statunitense pensata per affrontare vere emergenze di sicurezza nazionale, solleva interrogativi rilevanti sulla legittimità dei dazi contro Paesi alleati, una questione ora al vaglio della Corte Suprema statunitense.
COLUMBIA THREADNEEDLE INVESTMENTS: L’EUROPA NON È SENZA STRUMENTI
Dal lato europeo, l’analisi evidenzia come le opzioni di risposta siano numerose. “I leader europei hanno margini di manovra ben più ampi di quanto spesso si creda”, spiega Willis, citando la possibilità di bloccare accordi commerciali già sottoscritti o di reintrodurre dazi su beni statunitensi. Più estremo, ma teoricamente disponibile, resta lo strumento anti-coercizione dell’Unione Europea, un meccanismo pensato per contrastare pressioni economiche di Paesi terzi che consentirebbe di introdurre restrizioni commerciali e limitazioni all’accesso al mercato europeo, anche se finora non è mai stato utilizzato.
MERCATI CALMI, MA IL RISCHIO È ALTRO
I mercati finanziari hanno reagito con moderazione. Un dazio del 25%, sottolinea Willis, “equivarrebbe a circa lo 0,2% del PIL dell’Unione Europea, un impatto gestibile dal punto di vista macroeconomico”. Il vero rischio, però, è di natura politica. “Ciò che conta per gli investitori è la disponibilità degli Stati Uniti a esercitare pressioni su alleati storici”, un elemento che incide direttamente sul sentiment.
UNA PROVA PER LA NATO E PER L’EUROPA
Secondo Willis, l’approccio europeo più conciliante adottato nel 2025 potrebbe ora mostrare i suoi limiti. “Stiamo assistendo alle prime crepe nell’alleanza transatlantica”, avverte. La questione Groenlandia diventa così un test cruciale: non solo per i rapporti commerciali, ma per la stabilità della NATO e l’equilibrio geopolitico complessivo. Un contesto destinato, conclude l’esperto, “ad alimentare ulteriore incertezza sui mercati finanziari nei prossimi mesi”.