A Nuuk, il capoluogo della Groenlandia con circa 20.000 abitanti, tutti i negozi vendono cappellini rossi con una scritta bianca. Al posto della bandiera a stelle e strisce c'è la bandiera groenlandese e la scritta “Make America go away” , parodia evidente del celebre slogan Maga (Make America Great Again, “Rendiamo di nuovo grande l’America"). Sul davanti la scritta “Nu det Nuuk!”: un gioco di parole che in danese allude al capoluogo groenlandese ma anche a “Nu er det nok” che significa “ora basta”. Una vera e propria corsa all’acquisto che ha trasformato un semplice accessorio in un simbolo politico e sociale.
Un fenomeno popolare oltre ogni aspettativa - In pochi giorni questi cappellini sono andati a ruba, tanto che ormai è raro trovarne ancora sugli scaffali, sia a Nuuk sia perfino a Copenaghen. Turisti, locali e giovani li acquistano come souvenir, come dichiarazione politica o semplicemente per l’ironia del messaggio. Secondo i cittadini, il cappellino è diventato un modo di esprimere lo scetticismo e l’irritazione nei confronti delle recenti dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti, che ha più volte ribadito l’interesse strategico di Washington per la Groenlandia e l’idea che l’isola possa “appartenere” agli Stati Uniti in un modo o nell’altro.
La politica dietro l’iconografia del cappellino - La frase stampata sul berretto è diventata un simbolo collettivo di resilienza e autodeterminazione: non solo una battuta su Donald Trump, ma un modo per rivendicare che la Groenlandia non è “in vendita” e che gli abitanti non sembrano disposti ad accettare passivamente pressioni esterne. Il boom dei cappellini non è un fenomeno isolato e riflette un clima di tensione geopolitica che va oltre l’oggetto stesso: le recenti consultazioni tra la delegazione danese-groenlandese e la Casa Bianca sono state caratterizzate da dissensi sulla proposta di Trump di estendere l’influenza statunitense sull’isola artica. Per molti groenlandesi, il cappellino è diventato quindi anche un modo visibile di protesta pacifica contro idee percepite come imperialiste e di rivendicazione dell’identità culturale locale.
Dai cappellini alle spille di Hollywood: una scorciatoia narrativa - I cappellini rossi con la scritta “Make America Go Away”, sono diventati in poche settimane un fenomeno di stile prima ancora che di protesta. Indossati per strada, fotografati, condivisi sui social, hanno trasformato una tensione geopolitica in un gesto ironico e immediatamente riconoscibile. Stesso meccanismo che si è verificato a migliaia di chilometri di distanza, sotto i riflettori dei Golden Globes, dove le spille di protesta contro Trump hanno fatto capolino tra abiti sartoriali e gioielli da milioni di dollari. Piccole, discrete, ma impossibili da ignorare. Una scorciatoia narrativa che funziona perché condensano un’idea complessa in pochi centimetri di stoffa o metallo. Sono slogan visivi, pensati per essere letti in un secondo e ricordati a lungo. Non serve conoscere i dettagli della questione groenlandese per capire quel “Go Away”. Non serve seguire il dibattito sui diritti civili per intuire il senso di una spilla indossata con ostentata naturalezza da una star. È una politica “indossabile”, fatta per circolare come una tendenza. Dunque il cappellino non è solo un cappellino. La spilla non è solo una spilla. Sono segnali, ammiccamenti, dichiarazioni silenziose. Nel linguaggio del costume: dicono da che parte si sta; creano comunità visive; trasformano il look in una presa di posizione. Non a caso questi oggetti diventano virali: perché permettono di partecipare al dibattito senza salire in cattedra, con la leggerezza apparente di un outfit.
Cimeli pop del presente - Come i bottoni pacifisti degli anni Settanta o i cappellini delle marce femministe, anche questi accessori sono destinati a diventare cimeli del nostro tempo. Oggetti che, rivisti tra anni, racconteranno molto più di quanto sembri: le paure, le ironie, le tensioni e il bisogno di prendere posizione attraverso il linguaggio più immediato che abbiam: quello dell’immagine. Perché nel mondo del costume, alla fine, la politica che funziona è quella che si vede. E oggi si vede benissimo: in testa, al bavero, sotto i riflettori o tra i ghiacci.