"Non so chi sia". Con questa frase Donald Trump ha liquidato Jens-Frederik Nielsen, primo ministro della Groenlandia, dopo che il leader artico aveva ribadito la preferenza per lo status quo: restare nel Regno di Danimarca piuttosto che aprire alla prospettiva di un'annessione o di un "acquisto" da parte degli Stati Uniti. Una risposta che fotografa la sproporzione di forza tra i due protagonisti: Davide contro Golia.
Davide contro Golia sul palcoscenico globale -
Il confronto tra Trump e Nielsen ha trasformato una questione finora circoscritta al rapporto tra Nuuk e Copenaghen in una partita a tre, con Washington come terzo vertice politicamente lontanissimo. Da quando la Groenlandia ha ottenuto l'autogoverno nel 1979, il tema dell'indipendenza ha sempre attraversato la politica locale tanto quanto la divisione tra destra e sinistra. Ma l'interesse americano ha fatto improvvisamente crescere la posta in gioco, esponendo tutte le fragilità del legame post-coloniale con la Danimarca.
"Non è il momento di fare azzardi" -
Nielsen ha scelto una linea esplicitamente prudente. Parlando al quotidiano groenlandese "Sermitsiaq" ha spiegato che "non è il momento di fare azzardi con il diritto all’autodeterminazione, ora che un altro Paese parla di annetterci". Una posizione unionista che riconosce l'appartenenza al Regno di Danimarca come elemento di stabilità "di cruciale importanza" nelle attuali circostanze, pur senza rinunciare a future rivendicazioni. Una scelta che comporta rischi politici interni, ma che punta a evitare scosse in una fase giudicata "molto seria".
Dallo sport alla politica, passando per Nuuk -
Nato a Nuuk nel 1991, figlio di madre groenlandese e padre danese, Nielsen ha vissuto da bambino anche episodi di bullismo legati alla sua identità mista. Laureato in scienze sociali, per anni è stato conosciuto soprattutto come atleta della nazionale groenlandese di badminton. Solo negli ultimi sei anni la politica ha preso il sopravvento: prima come leader del Partito democratico, poi come ministro dell’Industria e delle risorse minerarie, un dicastero oggi al centro dell’interesse americano.
Il leader dei Demokraatit e l’indipendenza cauta -
Il leader dei Demokraatit e l’indipendenza cauta Il suo partito, Demokraatit, resta favorevole a una prospettiva indipendentista, ma solo a condizioni ben definite: prima creare presupposti solidi, poi eventualmente fare il passo. Le mire espansionistiche di Trump, soprattutto nel settore delle risorse minerarie, vengono viste come un fattore di instabilità, non come una garanzia per una Groenlandia sganciata dalla tutela danese. Un realismo che distingue Nielsen dagli indipendentisti più radicali.
La grande coalizione e l'esclusione di Naleraq -
Dopo la vittoria alle elezioni dello scorso marzo, Nielsen ha formato un governo di grande coalizione che riunisce un altro partito di destra e due di sinistra. Ne sono rimasti fuori gli indipendentisti radicali e populisti di Naleraq, arrivati secondi e considerati la forza su cui puntava la famiglia Trump per accelerare un avvicinamento agli Stati Uniti. Una scelta che definisce con chiarezza il perimetro politico del premier.
Tra Washington e Copenaghen, la partita più difficile -
A Washington nelle prossime ore si discuterà del futuro della Groenlandia in un incontro che vedrà coinvolti, tra gli altri, il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio e i ministri degli Esteri danese e groenlandese. Nielsen seguirà a distanza, affidandosi ai suoi rappresentanti: dovrà schivare colpi potenti, mantenendo l’equilibrio tra apertura al dialogo e difesa della sovranità. Con una certezza ribadita più volte: la Groenlandia non passerà agli Stati Uniti.