Il divieto della pubblicità di junk food, e cioè "cibo spazzatura" ad alto contenuto di zuccheri, grassi e sale in Gran Bretagna non è solo una misura sanitaria, ma anche una scelta etica che punta a proteggere i più vulnerabili: i bambini. Entrato in vigore all’inizio del 2026, il divieto vieta gli spot televisivi prima delle 21:00 e blocca la promozione online, riducendo in maniera significativa l’esposizione dei minori a messaggi pubblicitari potenzialmente dannosi.
La misura - La legge introduce due limitazioni principali: atop alle pubblicità televisive di “junk food” prima delle 21:00, per ridurre l’esposizione dei bambini agli spot durante le ore in cui guardano più programmi; divieto totale di pubblicità a pagamento online per prodotti non salutari, ovunque e in qualsiasi momento, con l’obiettivo di proteggere i ragazzi nelle piattaforme digitali che frequentano quotidianamente. I prodotti interessati sono quelli classificati come “meno sani” sulla base di criteri nutrizionali ufficiali, inclusi dolci, snack, bibite zuccherate e altri alimenti ultra-processati che contribuiscono all’eccesso calorico.
Perché è importante? - Il governo britannico definisce questa misura una delle più ambiziose al mondo nel campo della prevenzione dell’obesità infantile. Secondo le stime ufficiali, l’eliminazione delle pubblicità per cibi poco salutari potrebbe rimuovere fino a 7,2 miliardi di calorie dalle diete dei bambini ogni anno e prevenire circa 20.000 casi di obesità nelle nuove generazioni. I fautori della legge sottolineano che l’esposizione pubblicitaria influenza pesantemente le preferenze alimentari dei bambini, portandoli a scegliere prodotti più calorici e meno nutrienti, con conseguenze sulla salute a breve e lungo termine. Studi citati dal governo mostrano come anche brevi esposizioni agli spot possano portare a un consumo maggiore di calorie tra i bambini, a riprova del ruolo che la pubblicità gioca nelle scelte quotidiane. Le autorità sanitarie britanniche spiegano che affrontare l’obesità fin dall’infanzia può avere un effetto duraturo sulla riduzione di malattie croniche come il diabete di tipo 2, le malattie cardiovascolari e alcuni tumori, oltre ad alleggerire la pressione economica sul Servizio Sanitario Nazionale.
Verso un modello di prevenzione sostenibile? Nel Regno Unito, dove circa uno su quattro bambini è in sovrappeso o obeso già all’inizio della scuola primaria, la decisione di limitare la pubblicità di junk food rappresenta un cambio di paradigma rispetto alle strategie tradizionali di salute pubblica, spostando l’attenzione dalla cura alla prevenzione. Il governo definisce questo intervento come parte di un più ampio programma di salute preventiva nei prossimi anni, in cui le misure contro l’obesità infantile si affiancheranno a iniziative su fiscalità alimentare, educazione nutrizionale e promozione di stili di vita più sani.
In Italia a che punto siamo? - Al momento non esistono in Italia norme equivalenti a quelle britanniche per limitare la pubblicità di alimenti ad alto contenuto di grassi, zuccheri e sale rivolta ai bambini o in fasce di protezione specifiche. Non c’è infatti una legge statale che imponga un watershed televisivo o un blocco delle promozioni online per questi prodotti. La disciplina attuale è basata più su auto-regolamentazioni del settore e linee guida generali piuttosto che su un’imposizione normativa diretta. Anzi. Durante i programmi televisivi per bambini, la maggior parte degli spot pubblicitari trasmessi promuove prodotti non conformi agli standard nutrizionali internazionali, con snack dolci e salati ultra-processati molto diffusi. Oltre l’80 % degli annunci relativi ad alimenti in questi contesti è considerato non salutare secondo criteri nutrizionali WHO ed europei. Questi studi sottolineano che i bambini sono particolarmente vulnerabili alla pubblicità perché non riconoscono necessariamente l’intento persuasivo delle campagne commerciali e tendono a sviluppare preferenze alimentari influenzate da ciò che vedono. In altre parole, senza regole più stringenti, i giovani consumatori in Italia rimangono esposti a un volume significativo di messaggi pubblicitari che promuovono cibi poco salutari. Questo può rafforzare abitudini alimentari sbilanciate, contribuendo a mantenere alto il rischio di sovrappeso e obesità infantile nel lungo periodo.
Perché è anche una scelta etica? - Come dicevamo i bambini non hanno ancora piena consapevolezza critica rispetto alla pubblicità e tendono a accettare i messaggi commerciali come verità. Esporli a continui spot di cibi ad alto contenuto di zuccheri, grassi e sale significa sfruttare la loro immaturità cognitiva per fini di profitto. Limitare la pubblicità diventa quindi una scelta etica per tutelare la loro capacità di fare scelte alimentari consapevoli. L’etica della prevenzione sostiene che è più giusto impedire un danno prima che si verifichi, piuttosto che limitarne le conseguenze in seguito. La pubblicità di junk food contribuisce in maniera significativa all’obesità infantile, che comporta problemi di salute cronici e costi sociali ed economici. Limitare la pubblicità è quindi una scelta di responsabilità collettiva, che protegge la salute pubblica senza delegare tutto alla volontà individuale. Intervenire legalmente per limitare la pubblicità significa mettere il bene comune davanti al guadagno privato, riconoscendo che il diritto alla salute dei minori ha priorità sulle logiche di mercato.