brutalità senza fine

Iran, dai giovani uccisi ai gesti simbolici: così la protesta sfida il potere

Le strade delle principali città iraniane sono teatro di una delle più sanguinose repressioni interne degli ultimi decenni. Ma a fianco ai volti dei ragazzi uccisi ci sono rituali, oggetti, che sono diventati altrettanto potenti 

In Iran le strade delle principali città sono teatro di una delle più sanguinose repressioni interne degli ultimi decenni. Le proteste, iniziate a fine dicembre 2025 per motivi economici e trasformatesi rapidamente in una rivolta contro l’autoritarismo dello Stato, hanno causato migliaia di vittime: giovani vite trucidate per essere scese in piazza a chiedere più diritti. Ma a fianco ai volti dei ragazzi uccisi ci sono rituali, oggetti, che sono diventati simboli della lotta contro il potere.

Rubina Aminian - Rubina Aminian, 23 anni, studentessa curda di design tessile e moda allo Shariati College di Teheran, è diventata il volto simbolico della repressione della protesta. Secondo gruppi per i diritti umani, Rubina è stata colpita alla testa da un proiettile sparato da distanza ravvicinata, mentre partecipava a una manifestazione antigovernativa l’8 gennaio 2026, subito dopo aver lasciato le lezioni. La giovane non era solo una protestante: sui social la sua immagine di creativa sorridente e appassionata di moda ha fatto rapidamente il giro del mondo, trasformandola in un simbolo di libertà e di aspirazioni spezzate. La sua famiglia, giunta da Kermanshah a Teheran per identificarne il corpo tra centinaia di vittime, ha dovuto affrontare l’intervento delle forze di sicurezza che ha reso difficile anche il suo seppellimento. Le autorità hanno ostacolato la sepoltura nella sua città natale, costringendo alla sepoltura lungo una strada tra Kermanshah e Kamyaran. Il nome di Rubina è diventato rapidamente un hashtag condiviso migliaia di volte sui social network, un simbolo della lotta per i diritti fondamentali e per un futuro diverso in Iran.

Yasin Mirzaei Ghaleh-Zanjiri - Un altro volto della tragedia è Yasin Mirzaei Ghaleh-Zanjiri, giovane studente di origini curde seguace della fede Yarsan, che aveva studiato presso l’Università degli Studi di Messina in Italia ed era tornato in Iran per visitare la sua famiglia. Mentre partecipava ai sit-in di protesta nel quartiere Darreh Deraz di Kermanshah l’8 gennaio, è stato colpito da un proiettile sparato dalle forze governative e ha perso la vita sul posto. La sua storia  è divenuta un forte richiamo all’attenzione internazionale. Gruppi per i diritti umani chiedono indagini indipendenti, trasparenti e imparziali sulle circostanze della sua morte e la responsabilità di chi ha ordinato l’uso letale della forza.

Amir Ali Haydari -  17 anni, un sorriso spontaneo che spunta sotto i capelli arruffati e una vita davanti prima che le forze di sicurezza degli Ayatollah gli sparassero al cuore, accanendosi con il calcio della pistola sul suo corpo inerme con un secondo colpo alla testa. Quando è stato ucciso, l'8 gennaio, si trovava in piazza a Kermanshah, nell'ovest dell'Iran, fianco a fianco con i suoi compagni di classe, una generazione unita per protestare contro il governo liberticida della Guida suprema Ali Khamenei. Suo cugino Diako, che vive a Cardiff, racconta della morte: "È stato colpito al cuore, e mentre esalava l'ultimo respiro lo hanno colpito alla testa con il calcio di una pistola, così tante volte che il suo cervello si è sparso a terra", ha detto riferendo le notizie arrivate dai familiari in Iran. Il certificato di morte riporta ovviamente una storia diversa: il 17enne sarebbe caduto da una grande altezza, sbattendo forte la testa. Una ricostruzione adottata dagli Ayatollah per centinaia di persone, forse addirittura migliaia.

La sigaretta accesa sulla foto di Khamenei  - Un’immagine diventata virale sui social mostra persone (in particolare donne iraniane all’estero) accendere una sigaretta usando un ritratto in fiamme del supremo leader Ali Khamenei come combustibile. Questo gesto non è solo una performance visiva: è stato interpretato come un atto simbolico di disprezzo e provocazione contro l’autorità religiosa e politica che guida lo Stato iraniano, che ha definito i manifestanti “vandali”. Accendere una sigaretta in questo modo è diventato, per alcuni, segno di solidarietà con chi protesta dentro l’Iran e di rifiuto della Guida suprema stessa. Alcune delle foto usate online sono state scattate all’estero (ad esempio in Canada), ma il gesto è stato ripreso come simbolo della protesta globale contro il regime iraniano.

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