Ogni primo gennaio si ripete lo stesso rito: le liste dei buoni propositi. Una tradizione antica e universale, ma spesso fallimentare: e allora perché continuiamo a farli, anche sapendo che molti verranno abbandonati dopo poche settimane? La risposta sta innanzitutto nel valore simbolico del nuovo anno. Il primo gennaio rappresenta una cesura netta: un prima e un dopo. È una data che ci autorizza, quasi ci impone, a fare bilanci. Guardiamo all’anno appena concluso, valutiamo errori e successi e sentiamo il bisogno di “ricominciare”. E, quasi sempre, si prova a riparte dal "tempo": più tempo per la famiglia, più tempo per il benessere, più tempo per la cura di sè.
La classifica dei buoni propositi degli italiani - I sondaggi più recenti (pubblicati da Ipsos Predictions Survey 2026) mostrano che, i buoni propositi non ruotano solo attorno alla forma fisica, ma raccontano un bisogno più ampio di equilibrio e qualità della vita. In cima alla classifica infatti c’è il desiderio di trascorrere più tempo con famiglia e amici, indicato da circa 8 italiani su 10. Un dato che riflette l’importanza crescente delle relazioni personali, spesso sacrificate dai ritmi frenetici di studio e lavoro. Al secondo posto compare il classico fare più attività fisica, citato da circa il 65–70% delle persone. Subito dopo troviamo la cura di sé, che comprende benessere fisico, salute mentale e attenzione al proprio aspetto (circa 60%). È il segno di una maggiore consapevolezza dell’importanza di stare bene, non solo apparire in forma. Seguono obiettivi legati al rapporto con la tecnologia: ridurre l’uso dei social e dello smartphone è un proposito per circa il 40% degli italiani. Chiude la parte alta della classifica il tentativo di migliorare l’equilibrio tra vita privata e impegni quotidiani, un tema sempre più centrale soprattutto tra giovani e famiglie. Accanto a questi dati, emergono altri buoni propositi molto diffusi anche se meno quantificabili: risparmiare di più, mangiare in modo più sano, ridurre lo stress, viaggiare, leggere di più o impegnarsi maggiormente nello studio, soprattutto tra studenti e adolescenti. In questo senso, il Capodanno funziona come una pagina bianca: non cancella ciò che è stato, ma ci dà l’illusione di poter ripartire.
Anche se falliscono non sono inutili - Nonostante le buone intenzioni, molti buoni propositi vengono abbandonati già nelle prime settimane dell’anno. Questo accade perché spesso sono troppo generici o poco realistici. “Cambiare vita” è un obiettivo potente, ma difficile da trasformare in azioni quotidiane concrete. Eppure, il fallimento non rende questi propositi inutili. Al contrario, il loro valore sta nel momento di riflessione che generano. Fermarsi a pensare a cosa vogliamo migliorare significa esercitare consapevolezza. Anche un piccolo cambiamento, o un tentativo non riuscito, può lasciare un segno. Forse il segreto è smettere di vedere il primo gennaio come un punto di partenza obbligato e perfetto. I buoni propositi funzionano meglio quando diventano piccoli passi, distribuiti nel tempo. In fondo, il desiderio di migliorare non appartiene a una data precisa: il Capodanno ce lo ricorda, ma ogni giorno può essere un buon momento per iniziare.
Da dove nasce il bisogno di una lista? - A parte la motivazione simbolica ce n'è una psicologica e una sociale. Fare buoni propositi significa affermare il controllo sulla propria vita. Anche in un mondo incerto, pieno di cambiamenti rapidi e imprevisti, decidere un obiettivo personale ci fa sentire attivi, protagonisti. Non è tanto l’obiettivo in sé a contare, quanto l’atto di scegliere di migliorare. Promettersi qualcosa diventa un modo per dare senso al futuro. E poi l'aspetto della condivisione. Se ne parla a tavola, sui social, nei titoli dei giornali. Condividere i propri obiettivi crea un senso di appartenenza. Sapere che milioni di persone, nello stesso giorno, stanno promettendo di mangiare meglio, studiare di più o essere più gentili, rafforza l’idea che il cambiamento sia possibile e collettivo.