Appuntamento parigino con due terzi dei Depeche Mode. Martin Gore, cuore e songwriter storico, e Andy Fletcher -cervello, pilastro, collante di tante componenti depechiane - di scuro hanno i soli vestiti: dominano i sorrisi, le chiacchiere in libertà che arrivano fino al calcio, al Chelsea di Andy ("Abbiamo perso, con quei russi, non ci voleva", commenta da vero fan i risultati di Champions League: in realtà erano ucraini, va beh) e all'Arsenal di Martin. Chiacchiere da stadio buone per entrare in sintonia con i luoghi che, dal 7 maggio prossimo in poi, occuperanno con la loro nuova tournée, presentata con un entusiasmo e una convinzione che appaiono tutto meno che artefatte. Reduci dal lavoro di sei mesi sul loro imminente album, i 50enni Depeche stanno bene, anzi benissimo. E si annunciano i rombi delle loro tastiere, del loro groove, della chitarra di Gore e della voce di Dave Gahan.
Un'estate negli stadi, tappe italiane nei "templi" di San Siro e dell'Olimpico: sentite di essere definitivamente diventati una band da grandi spazi? Vi sentite a vostro agio con la musica, o qualcosa si perde?
Andy: "Siamo popolari, specialmente in Europa, vogliamo dare la possibilità a tanti di poterci venire a vedere. Per tanto tempo abbiamo suonato in posti chiusi. Ora siamo di fronte a un tour di due anni, suoneremo in estate, la gente ha voglia di stare fuori, di godersi il tempo, l'atmosfera".
Martin: "Vogliamo rimanere connessi con le persone, è una cosa che riusciamo a fare tramite Dave che letteralmente ha un rapporto fisico con il pubblico. Tutti partecipano, un concerto diventa davvero una reale celebrazione. A quel punto, non importa più davvero quante persone ci siano, se la location è piccola o grande. La cosa che conta è che tutti siano coinvolti: e noi, con il nostro pubblico, siamo davvero fortunati".
Un tour di questo tipo crea un ideale link con artisti rock più classici come U2, Springsteen, Rolling Stones. E' sempre strano pensarvi fianco a fianco con questi nomi, cosa - musica a parte - vi rende differenti da loro? E quanto è difficile sfuggire per un gruppo così famoso sfuggire alla logica del business, degli sponsor?
Andy: Una domanda complessa, noi, in definitiva, facciamo quello che facciamo, guardiamo a noi. Non critichiamo gli altri gruppi su questo tipo di tournée. E la sponsorizzazione è ovunque, gli stadi stessi sono con un marchio, penso all'Emirates e a cose di questo tipo. Così come se suoniamo in un festival, ci sono spesso situazioni alla "Heineken" e cose di questo tipo
Martin: La verità è che ormai ogni città, ogni tappa di un tour è marchiata da un posto preciso: se vai a Londra suoni alla O2 Arena, in America specialmente siamo più nelle arene.
All'epoca del tour avremo tutti conosciuto e ascoltato il nuovo album, di cui non sappiamo ancora titolo e data di uscita. Possiamo invece sapere qualcosa a proposito dei testi, delle tematiche? Più intimista, come nel vostro stile, o in qualche modo il difficile momento della società, della gente è entrato nel songwriting?
Martin: Trovo molto più facile e realistico per me scrivere in una prospettiva intimistica. Cerco sempre di essere vero con me stesso, c'è una maniera per me di scrivere le canzoni che è un po' particolare, non credo che molti lo facciano... io semplicemente mi metto allo strumento, suono degli accordi, comincio a cantare delle parole che sento, che mi vengono in mente in quel momento. E in qualche modo, le canzoni si scrivono da sole, è un processo strano.
Andy: Vengono direttamente dagli dei... (ride)
(L'intervista prosegue nella seconda pagina)
Il disco che ci proporrete tra poco sarà il 13° in studio della vostra carriera, più di 30 anni sono trascorsi dal primo. Vi capita ancora di ascoltare i vostri primi lavori? E nel caso, quali sono le vostre reazioni? Non vi riconoscete, vi fate tenerezza, pensate sia stato solo un passaggio. Oppure sentite qualcosa del tipo "questo pezzo avrei potuto pensarlo e scriverlo anche recentemente"?
Martin: Nel primo album eravamo una band molto differente c'era Vince Clarke, era lui il principale songwriter, la forza trainante del gruppo. Quando lo ascolto sento qualcosa di completamente diverso e solo dopo siamo cambiati, quasi automaticamente, direi dal terzo disco ("Construction Time Again", 1983, ndr). Ma già dal secondo, ovvero quando mi sono gettato totalmente nella scrittura delle canzoni, le cose erano cambiate, magari con canzoni come "Leave in Silence", che mi fanno intuire come stavamo già prendendo la strada che ci ha fatto arrivare in qui oggi.
Andy: Personalmente penso che quando si ascolti oggi Speak and Spell, il primo disco, bisogna ricordarsi che eravamo veramente giovani, allora. In tutto questo la musica ha progredito e noi siamo diventati adulti, maturi. E' stato un processo naturale, e bello.
Siete sempre stati considerati i "re della new Wave"...
Andy: "No, ho sempre sentito dei New Romantics..." (risate)
Martin: "No, no per favore, non parlateci di New Wave" (ride)
Beh, ma ormai dobbiamo considerarvi di una "Permanent Wave", un'onda permanente. Attirate interesse, fan, avete un successo enorme, influenzate frotte di musicisti. Ma immaginate mai il momento in cui non entrerete più in uno studio o sul palco? O la vostra maniera di produrre e vivere la musica vi aiuterà ad andare avanti ancora molto a lungo?
Martin: "Cerchiamo sempre di ascoltare la musica di oggi, di rimanere nei tempi. Non è che sentiamo un artista e cercahimo di emularlo, ma certamente assorbiamo quello che c'è in giro, così come la storia della musica, penso che tutto questo esca naturalmente in quello che poi facciamo. Io non riesco proprio a immaginarmi senza fare musica. Posso immaginare che un giorno i Depeche Mode non esistano. Ma questo è quello che faccio da quando ho 13 anni, prendere una chitarra, suonare, mi vedrò sempre entrare nel mio studio e produrre qualcosa".
Ma quanto costa nel rockbiz rimanere in alto così a lungo?
Andy: "Non lo so quanto costi durare così tanti anni nella musica. Dipende sempre dai momenti e in questo momento, oggi, ci sentiamo sorprendentemente bene, nella fase in cui tutti abbiamo più o meno 50 anni ci sentiamo forti, presenti. Ci sono stati momenti nella nostra storia, quando eravamo più giovani, che sono stati invece duri, molto duri, non è stato facile superarli".
Non resta allora che aspettarvi in Italia, paese che non avete mai fatto mistero di amare fin dai tempi in cui veniste a Milano per registrare "Violator"...
Andy: "Ah non vediamo l'ora, uno dei nostri posti preferiti per suonare e per un sacco di altre ragioni, specialmente per il cibo.."
Martin: "Non solo, ci siamo veramente divertiti un sacco quando venimmo a lavorare su Violator, che molti considerano l'apice della nostra carriera, probabilmente è il migliore album che abbiamo mai prodotto. Eppure, la mia domanda è questa: come abbiamo fatto a registrarlo, questo disco? Io mi ricordo di un continuo party, con un sacco di drink. Davvero non lo so (ride con gusto), ce la siamo davvero spassata a Milano..:"
Clic, grazie mille, microfoni spenti. Andy a Martin: "Parties? Quali parties?". Martin: "Come, dai, uscivamo sempre". Andy: "Non ricordo, mi ricordo una vita abbastanza normale". Martin: "L'Hollywood". Andy: "Aahhhhhhh...."