Il pizzo a Napoli e dintorni è una tassa e la camorra, si sa, non guarda in faccia a nessuno. In tempi di crisi, poi, quando gli affari vanno male e gli investimenti non danno il giusto profitto, figurarsi se avere qualche cliente in più non faccia comodo al boss di zona.
Nasce così la nuova tecnica messa a punto dalla mala napoletana per il reclutamento di nuovi, obbligati, creditori. Ed ecco che le sale d’attesa di studi professionali vengono monitorate per giorni e giorni dagli esattori della camorra, spie attente che osservano, scrutano e fanno la stima del fatturato del medico o dell’avvocato di turno. Insomma, una sorta di emissari del fisco che a conti fatti valutano il contributo mensile da passare a riscuotere nel giro di una settimana, dieci giorni al massimo.
La scoperta di questo nuovo bacino di utenza, al quale la camorra degli anni d’oro chiedeva “solo” certificati medici falsi, qualche visita specialistica gratis e assistenze legali sempre, ovviamente, a titolo di favore, si deve alla squadra mobile di Caserta insospettita dal monotono viavai degli uomini delle cosche negli studi. Professionisti come commercianti, ambulanti, imprenditori; tutti clienti di un sistema incancrenito sul quale il velo del silenzio continua ad essere una pratica d’ufficio. Nessun avvocato, nessun medico ha denunciato di essere sotto scacco del pizzo. Eppure, a detta degli investigatori, il nuovo fenomeno è più diffuso di quanto si pensi anche perché le nuove leve dei clan in cerca di leader - i Casalesi in testa - puntano proprio su queste neo entrate per risollevare gli affari di famiglia. E il clan, a Napoli più di altrove, pur isso, adda campà.