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Lo Schettino che è in me

Il Telebestiario di Francesco Specchia

"Non temo lo Schettino in sè, ma lo Schettino in me..." (per parafrasare Giorgio Gaber che -se non ci fossero 16 morti di mezzo- avrebbe reso una pièce teatrale tutto questo conato di grottesco). Ecco. È al Francesco Schettino che alberga in noi, al codardo introflesso, al demone nella bottiglia delle buone intenzioni.

© Ufficio stampa

È a tutto ciò  - all’eventualità rarefatta che una cazzata possa capitare a qualsiasi marinaio compreso sè stesso- che deve aver pensato ieri, Antonino Nobile presidente dell’ “Unione sindacale Capitani di lungo corso al comando”, sostenuto dall’ “Unione sindacale Unione Nazionale Capitani e direttori di macchina”, mentre scandiva: «Ma quale mostro, Schettino è un martire». Martire. Schettino. E ancora aggiungeva il sindacalista: «Sospendere Schettino? Assolutamente no. Non ce lo sogniamo neanche. Valuteremo alla conclusione delle indagini. E anche la sospensione dell’armatore è da valutare». Sospensione. Da valutare. E ancora continuava, Nobile, con cipiglio, sostenuto dal collega tal “capitano Garbella”: «In crociera l’inchino è una pratica usuale, sono stupidaggini che si fanno per fare divertire i passeggeri, c’è quello che ha fortuna e quello che non ce l’ha. Lo si  fa anche per dimostrare che abbiamo coraggio ma ti assumi la responsabilità di quello che fai. Se Schettino non fosse andato in confusione dopo l’impatto non parleremmo di un mostro ma di un eroe che ha salvato quattromila vite». Schettino. Eroe. Oddio. L’altro giorno i tg erano pieno di questa roba.

Infine, in questo straordinario delirio emergeva, da parte dei sindacati -l’USCLAC e l’UNCDiM acronimi già di per sè insostenibili-  una frase che produceva un fascinoso quanto terribile ribaltamento della realtà : «Dobbiamo, invece, biasimare il comandante De Falco. Ha dato indicazioni cervellotiche e impraticabili, ha detto a Schettino di andare a bordo ma era impossibile perché c’era una sola biscaggina da cui stavano scendendo i passeggeri e, per salire, avrebbe dovuto fermare il flusso dei naufraghi che abbandonavano la nave». Il flusso della biscaggina. Quindi, adesso, l’ufficiale codardo sarebbe la fragile vittima, e quello coscienzioso la vergogna della marineria.

Sicché noi immaginiamo l’espressione fiera di Gregorio De Falco, colpita e affondata dalla biscaggina (qualunque cosa sia essa sia) e dal suo stesso zelo; e lo vediamo disonorato da un paio di siglette sindacali, quel comandante della Capitaneria di porto che evocò agl’ italiani, in una frase,  l’idea di onore, pietas e senso del dovere che il collega Schettino poco prima aveva distrutto. «De Falco si è messo anche l’aureola quando ha detto di aver fatto solo in suo dovere. Questo sarebbe un eroe? Eroe del ca...», chiosava Nobile.

E noi confessiamo che all’inizio la cosa ci è parsa puro surrealismo: quasi una provocazione letteraria, alla Lewis Carroll. O, meglio, la scena di un consiglio dei Lakota, dove dalle parole degli indiani contrari, i cosiddetti “Sacri pagliacci”, s’elevavano concetti assurdi animati dal Grande Spirito, che però dovevano esser letti in forma completamente ribaltata. Ma i sindacati non sono i Sacri Pagliacci. O forse non sono sacri, se si pensa che soltanto l’altro giorno Susanna Camusso condannava gli scioperi dei Tir, proprio mentre appoggiava i compagni No Tav sospettati di banda armata. Ma il problema, ora, non è neanche l’incoerenza. L’USCLAC e l’ UNCDiM sostengono fino alla morte Schettino e scaricano, indirettamente, la colpa sull’armatore Costa («Ha sospeso il comandante, bisogna vedere se poteva. C’è un contratto per il personale di bordo è al vaglio dei nostri avvocati»). Che magari non è neanche del tutto sbagliato. Ma la loro stolida presa di posizione sul comandante è solo uno zefiro nell’uragano dell’ideologia. Il problema è davvero lo Schettino in ognuno di noi. È, cioè, la spinta della viltà inarcata fino al paradosso, la paura di perdere i propri privilegi, che arriva giusto giusto ad alimentare una storia di per sè assurda nella sua drammaticità. Perchè, nella grande tragicommedia della nave del Giglio non c’è solo Schettino che allo squarciarsi della china davanti allo scoglio grida ai suoi uomini: «Cazzo! Non l’avevo visto»; e scivola per primo nella scialuppa di salvataggio, e sotto un cielo di luna dipinto da Conrad, osserva dallo scoglio lo spiaggiarsi della  balena dal cui ventre di ferro  s’agitano quattromila crocieristi terrorizzati. Non c’è solo Schettino.

C’è anche il prete antiberlusconiano don Massimo Donghi, che dice di chiudersi in preghiera eppure va su un gigante del mare tutto luci, comfort e divertimento. C’è la slava slavata Domnica Cemortan, bionda misteriosa che era con Schettino in plancia al momento dell’incidente; ora risulta irrintracciabile alla procura di Grosseto che vorrebbe interrogarla. Ci sono i sottoposti diretti di Schettino che l’hanno seguito sulla strada della codardia.

Il Concordia è un paradosso moderno, un coacervo di misteri e di eroismi, di palese idiozia e d’insospettata solidarietà. E, nonostante i paragoni suggestivi emanati dalla letteratura non siamo affatto sulla Patna, goletta carica di pellegrini diretti a La Mecca, e abbandonati da Lord Jim nel fragore della tempesta. Anzi. La sola cosa certa è che Schettino, appunto, non è il Lord Jim di Conrad. Che ebbe la forza di non ammazzarsi, di forzarsi a una seconda possibilità è di procurarsi, infine, da solo una morte valorosa. Schettino rimarrà ancorato alla sua mezzanotte d’infamia, coi sindacati che -ancora peggio- ne plaudiranno all’anima nera.
Francesco Specchia