Hanno mantelline gialle, pezzi di legno tra le mani e il fuoco negli occhi. Sono gli eroi del fango, quelli che tra i detriti di Genova si sono tuffati, hanno scavato con le unghie, ci hanno messo l’anima, la faccia, la pancia per salvare il salvabile. “Ho portato in salvo dieci persone intrappolate nel bus - dice Emanuele Gissi, comandante provinciale dei vigili del fuoco – poi mi sono gettato con la muta nella cantina della morte, ma questa volta non è servito a nulla”.
Ma in via Fereggiano era impossibile evitare la tragedia. La furia dell’acqua ha travolto con sé ogni cosa, mietendo vite umane che non dovevano trovarsi in quella strada maledetta. Eppure loro, gli angeli del fango, erano lì a lottare contro la potenza della natura spietata: “Tornavo dall’Università, mi sono rifugiato dentro una macelleria quando è arrivata la piena, c’era gente attaccata alle ringhiere, ho afferrato una donna, l’ho tolta dall’acqua, poi altre due”. Lui non è un vigile del fioco: si chiama Cristian Silvestri, ha 21 anni ed è studente universitario: era nella lista dei morti perché di lui si erano perse completamente le tracce. E invece si era fermato nella melma a salvare esseri umani.
Con lui c’era Francesco Avignone, suo coetaneo, studente e giocatore di rugby: una roccia. “Abbiamo scavato con le mani, con le scope di saggina, con i secchielli, con i pezzi di legno, con tutto quello che trovavamo”. Ma sono ancora troppo pochi: “Scrivete per piacere – questo il suo appello – che vengano tutti, anche l’Esercito”.
Gente comune, senza attrezzature e preparazione si muove nella palude genovese in silenzio: scavano giorno e notte, mangiano panini fugaci, si armano di coraggio. Hanno lo sguardo pieno di rabbia e di dolore per le vite che non sono riusciti a salvare, come Francesco Plateroti, 45enne, benzinaio che ha visto inghiottita dagli abissi Angela Chiaromonte, la mamma di Domenico. “Il figlio mi urlava salvami,ti prego salvami, e poi, prendete mia madre, è là sotto”. “Abbiamo fatto il possibile – dice – ho tirato fuori dal fango anche il mio amico: l’ho afferrato per la vita, ma per la donna non c’è stato niente da fare”. Stesso rammarico nel racconto di una studentessa 16enne che sul web racconta quei momenti:“Abbiamo fatto una catena umana, abbiamo salvato prima il ragazzo e poi il signore. Mi dispiace tanto per la sua mamma Angela”.
Sono sei le vittime dell’alluvione: sei vite spezzate che lasciano rabbia, indignazione, livore nei confronti dei colpevoli. Tanti, troppi. Ma per fortuna c’è anche un’altra Italia, quella degli altruisti e dei responsabili, quella degli eroi del fango che scavano nella melma e piangono per i morti che non sono riusciti a salvare.