Giornalisti minacciati

Alberto Spampinato: "Troppo spesso le violenze non vengono denunciate"

Il direttore di Ossigeno per l'Informazione monitora i giornalisti minacciati in Italia. "Un fenomeno dilagante". Il caso Metropolis: "Solo la punta dell'iceberg"

© Dal Web

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Alberto Spampinato è direttore di Ossigeno per l’Informazione, osservatorio permanente sui giornalisti minacciati dell’Ordine dei Giornalisti e della Federazione Nazionale Stampa Italiana. Nel 1972 suo fratello venne ucciso dalla mafia a 25 anni. Lavorava come corrispondente da Ragusa dell’Ora di Palermo. “Se si percepisse la vastità del fenomeno ci sarebbe una mobilitazione, ma troppe storie si consumano sottotraccia”.

Il lavoro di ogni giornalista si poggia sulla libertà di espressione garantita dalla nostra costituzione ma l’attacco di oggi a Metropolis racconta una storia diversa, che cosa ne pensa?
Un gruppo di persone che fanno irruzione in una redazione per impedire la pubblicazione di una notizia testimonia di come in Italia si stia affermando un principio pericoloso. Non deve accadere che un giornalista non sia libero di raccontare quello che accade senza il consenso della persona interessata.

Il caso di oggi è arrivato sui grandi mezzi di informazione, sono tanti i casi che si consumano senza che se ne parli?
Sono la grande maggioranza, purtroppo. Quello di oggi è un caso eccezionale che ha conquistato grande risonanza per la vastità dell’operazione, con la minaccia alla redazione e agli edicolanti per impedire la vendita. Ma quasi sempre le violenze si consumano privatamente. E’ un fenomeno paragonabile al pagamento del pizzo o all’usura. Spesso il giornalista per tutelarsi non denuncia la minaccia ed evita di diffondere la notizia.

Il vostro osservatorio monitora la situazione costantemente, quanti sono i giornalisti minacciati in Italia?
Sul nostro sito c’è un contatore che viene aggiornato settimanalmente. Dall’inizio dell’anno è arrivato a quota 144. Gli episodi sono 49 ma spesso riguardano gruppi di persone o intere redazioni.

E’ più pericoloso lavorare in un piccolo giornale?
Certamente chi lavora per un piccolo giornale rischia di più e ha meno visibilità. Specialmente nel Mezzogiorno dove le mafie sono tanto radicate che è quasi inevitabile finire a cozzare con i loro interessi. Ma anche chi lavora nel nord del paese non è esente da rischi se si occupa di temi delicati. E’ storia recente l’aggressione di due giornalisti del Giorno a Milano, o della cronista malmenata a Verona perché scattava delle fotografie alla casa di un condannato per mafia.

Com’è la situazione italiana se paragonata agli altri paesi?
Beh, ovviamente siamo lontani dalla situazione di paesi come il Messico, ma negli ultimi tre anni abbiamo perso punti. Lo dice l’associazione Freedom House (Ong con sede a Washington) che conduce studi sul livello di libertà democratiche nei diversi paesi. L’Italia è classificata come un paese ad informazione solo parzialmente libera.

Chi continua a parlare è un eroe o sono gli altri che dicono troppo poco?
Tante volte è il minacciato che è al suo posto e chi applica l’autocensura sta un passo indietro. Però il pericolo è reale, concreto, e fare il giornalista non deve significare rischiare la vita. Per questo non si può condannare chi non ha la forza di denunciare.

Come si fa’ a non chinare il capo?
Decidere di non riferire una notizia, è la morte del giornalismo. La nostra missione, del nostro osservatorio come di ogni cittadino, è di mettere tutti in condizione di fare il proprio lavoro senza avere paura.