Si riaccende la polemica tra Cina e Usa sul Tibet. Il ministero degli Esteri di Pechino ha infatti reagito con durezza all'annuncio dell'incontro del presidente Obama con il Dalai Lama, il leader tibetano in esilio considerato un secessionista dalla Cina. "Un incontro - ha affermato la Casa Bianca - che sottolinea il sostegno del presidente alla conservazione dell'identità del Tibet". Ma Pechino ha chiesto l'annullamento.
L'incontro si è comunque tenuto alla Casa Bianca, e a al termine Barack Obama ha detto di essere "sinceramente preoccupato" per i diritti del popolo tibetano, come ha riferito lo stesso leader spirituale del Paese asiatico. Obama, ha poi aggiunto il Dalai Lama, "è il presidente della più grande democrazia al mondo e ha naturalmente manifestato la sua preoccupazione per quello che riguarda la tutela dei valori umani più elementari dei diritti dell'uomo e della libertà religiosa in Tibet".
Cina: "Peggiorati i rapporti con gli Usa"
L'incontro ha "danneggiato le relazioni sino-americane". Lo scrive l'agenzia ufficiale cinese Xinhua (Nuova Cina) aggiungendo che il faccia a faccia tra i due viene giudicato da Pechino come una "grossolana interferenza negli affari interni cinesi". In precedenza, in un comunicato diffuso sul sito Web del ministero cinese, il portavoce degli Esteri Hong Lei aveva risposto alla nota di Washington sottolineando che Pechino "si oppone fermamente a qualsiasi incontro di importanti esponenti dei governi stranieri con il Dalai Lama, in qualsiasi forma". Hong aveva chiesto agli Usa di "annullare al più presto possibile la decisione che Obama incontri il Dalai Lama" invitandoli "a non fare nulla che possa interferire negli affari interni cinesi e danneggiare le relazioni tra Cina e Stati Uniti".
Secondo Kate Saunders, portavoce della Campagna Internazionale per il Tibet, un gruppo umanitario internazionale filo-tibetano, la capitale della regione Lhasa era stata messa in uno stato "di virtuale assedio" in vista dell'incontro. Il Tibet è quasi completamente isolato dal 2008, quando in tutta la Regione Autonoma del Tibet e in molte altre aree della Cina a popolazione tibetana migliaia di persone hanno protestato contro le autorità cinesi e chiedendo il ritorno in patria del leader esiliato. Secondo Pechino nelle violenze che seguirono furono uccise una ventina di persone, in maggioranza immigrati cinesi, mentre i gruppi tibetani in esilio affermano che le vittime sono state circa duecento. Da allora tutte le aree tibetane della Cina sono chiuse ai giornalisti e ai diplomatici stranieri, che possono visitarle raramente e solo nel quadro di viaggi organizzati dal ministero degli esteri, senza una reale possibilità di interagire con la popolazione locale.
Il Dalai Lama e le tensioni in Tibet
Il Dalai Lama, che ha compiuto pochi giorni fa 75 anni e nel 1989 ha ricevuto il premio Nobel per la pace, vive in esilio in India dal 1959 e ha mantenuto una forte influenza sulla popolazione tibetana.
I gruppi filo-tibetani denunciano che dal 2008 a oggi centinaia di persone sono state arrestate e che i monaci vengono regolarmente sottoposti a sedute di "rieducazione". Negli ultimi mesi ha destato preoccupazione la situazione del monastero di Kirti, in una zona a popolazione tibetana della provincia del Sichuan, dove decine di monaci e civili tibetani sarebbero stati arrestati dopo che un giovane monaco si è suicidato per protesta, dandosi fuoco.
Il Dalai Lama afferma di volere per il Tibet quella che chiama una "vera autonomia" e ha dichiarato più volte di aver rinunciato all'indipendenza del Tibet ma Pechino lo accusa di voler in realtà la secessione dalla Cina. Numerosi incontri tra rappresentanti del leader in esilio, che si sono tenuti tra il 2002 e il 2008 non hanno prodotto risultati.