in contumacia

Tunisia, condannati l'ex rais Ben Ali e moglie

La coppia, ora in Arabia Saudita, è accusata di furto e appropriazione di beni pubblici

© Ap/Lapresse

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L'ex presidente della Tunisia, Zine El Abidine Ben Ali, e la moglie sono stati condannati a 35 anni di reclusione in contumacia. I due, ora in Arabia Saudita, sono stati ritenuti colpevoli di furto e appropriazione di fondi pubblici. La Corte tunisina ha, inoltre, condannato la coppia al pagamento di multe per un totale di 46 milioni di euro.

Il processo era relativo alla scoperta, nei due palazzi presidenziali di Sidi Dhrif e di Cartagine, di una impressionante quantità di denaro (l'equivalente a oltre 27 milioni di euro, in molte divise) e gioielli di grande valore, di qualche arma e di pochi chilogrammi di sostanze stupefacenti, ritenute per consumo personale. A questa scoperta, come le altre dei "tesori" della famiglia Ben Ali, è stata la commissione istituita appositamente con questo scopo dal governo provvisorio tunisino.

Il tribunale, presieduto da Touhami Hafi, dopo una lunga permanenza in camera di deliberazione ha quindi accolto per intero le tesi della pubblica accusa, secondo le quali quanto trovato in quelli che, da palazzi presidenziali erano diventate vere e proprie dimore private di Ben Ali e della sua famiglia, era frutto delle ruberie del clan dell'ex presidente, rimasto al potere per 23 anni e nei cui confronti pendono ancora una novantina di procedimenti nelle procure di molte città del Paese.

Alcuni di questi sono anche in corso di istruzione davanti alle procure militari e riguardano, soprattutto, la morte dei manifestanti - circa trecento - uccisi durante i moti che portarono alla caduta del regime e per queste accuse l'ordinamento tunisino prevede la condanna capitale, così come per quella di attentato alla sicurezza dello Stato.

Ben Ali, con la moglie e i due figli più piccoli, si trova dal 14 gennaio (il giorno ormai eletto a data ufficiale della caduta della sua dittatura) in Arabia Saudita. Uno dei suoi due avvocati di fiducia, il libanese Akram Azouri, ha reso nota una dichiarazione in cui contesta tutte le accuse (ruberie, omicidi, malversazioni), compresa quella di essere fuggito dalla Tunisia, sostenendo di essere andato via perché ingannato dal capo della Sicurezza nazionale, Ali El Seriati, che gli mentì dicendo che la sua vita era in pericolo e che ormai il palazzo di Cartagine era assediato dalla folla.