Da Pontida Bossi avverte Berlusconi. "Non è detto che staremo con Silvio alle prossime elezioni. La sua premiership può finire", ha detto il leader della Lega. "Non possiamo prenderci la responsabilità di mandare in malora il Paese", ha aggiunto. Poi, mentre la folla urla "secessione", i "paletti" del Carroccio per continuare l'azione di governo: riforma del fisco, ministeri al Nord, riduzione delle spese parlamentari e stop alle missioni all'estero.
Bossi, dunque, detta l'agenda del govenro per il prossimi 180 giorni. Immancabile all'annuale appuntamento sul "sacro pratone" anche qualche riferimento alla secessione invocata da parte dei militanti. "Fratelli padani - la replica - torna prepotente l'azione per l'indipendenza e la libertà della Padania" se i risultati non dovessero arrivare.
Per la prima volta poi, per il leader incontrastato della Lega, da registrare anche qualche fischio da parte di chi si aspettava l'annuncio di una rottura subito del governo quando dice "se facciamo cadere Berlusconi si va subito a votare e questo è un momento favorevole per la sinistra".
"Si può fischiare - ha replicato Bossi - E' quasi fatale che la gente voglia cambiare a un certo punto. Il governo errori ne ha fatti". Da qui le richieste. Innanzitutto la riforma fiscale: "qualcosa per abbassare le tasse si deve fare", intervenendo sugli sprechi, dimezzando il numero e le spese dei parlamentari, 'tagliando' le missioni militari a cominciare da quella in Libia. E a Tremonti manda a dire: "se vuoi i voti della Lega in Parlamento non puoi toccare i comuni, gli artigiani, le piccole imrese".
E ancora, "va riscritto il Patto di stabilita'" per i comuni virtuosi "che hanno miliardi bloccati". Un'altra richiesta e' quella del decentramenti dei ministeri, appoggiata con la raccolta di firme e "che Berlusconi stava per firmare ma poi si è c...to addosso", alla villa Reale di Monza possono trovare quindi posto le sedi della semplificazione di Calderoli, delle riforme dello stesso Bossi, dell'economia di Tremonti e perché no, anche l'interno di Maroni. E anche l'industria è inutile "che resti a Roma visto che le aziende sono al Nord e nella capitale c'e' solo burocrazia".
Poco spazio alla 'kermesse' per gli altri leader della Lega presenti comunque in massa sul palco, dai governatori Cota e Zaia al capogruppo Reguzzoni al vice ministro Castelli. Brevi gli interventi di Maroni e Calderoli per la fine della guerra in Libia e le critiche "ai magistrati che sono a favore dei clandestini" del primo e a sostegno degli allevatori per le quote latte il secondo.
Investitura popolare infine per il ministro dell'Interno candidato dal popolo leghista a premier e accolto con un enorme striscione "Maroni presidente del consiglio".