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Conti: risanare con le pensioni

Riforma per rispettare patto stabilità

di Paolo Del Debbio

L’Unione europea boccia i conti pubblici della Germania e tira le orecchie all’Italia. La pagella dell’Unione è soprattutto relativa ad uno dei parametri di Maastricht, quello del rapporto tra deficit e Pil che non deve superare il 3 per cento. Per stare dentro a questo parametro i governi hanno a disposizione due strumenti: aumentare le tasse, cioè le entrate, oppure ridurre le spese, cioè le uscite. Nessuno, se può, vuole aumentare le tasse. Tutti sperano nella ripresa dell’economia perché, di per sé, questo porta più finanze nelle casse dello stato: Ma proprio qui casca l’asino: infatti, le previsioni per l’anno in corso non lasciano ben sperare e i governi hanno indicato nei documenti presentati a Bruxelles dei dati di crescita giudicati troppo ottimistici.

Per questo, gli esperti della Commissione pretendono, a questo punto, delle indicazioni più precise, da parte dei governi interessati, di tagli strutturali della spesa. Tagli strutturali alle spese e non entrate una tantum, che cioè avvengono una sola volta come, ad esempio, il condono fiscale.

E qui anche l’Italia ha dei problemi. Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha detto che “abbiamo il tempo di farcela”. E, considerato che l’appuntamento è per il 2004, abbiamo anche noi buone ragioni per credergli. Ma non al buio: alla luce di quello che ha ribadito il presidente del Consiglio nella conferenza stampa di fine anno. Ha detto, infatti, che quest’anno è l’anno della riforma delle pensioni. Proprio queste sono le maggiori responsabili del dissesto dei conti pubblici perché circa 100mila miliardi di vecchie lire è la differenza tra ciò che viene versato da chi lavora e ciò che viene percepito da chi è in pensione. La media di quelli che vanno in pensione, ancora oggi, in Italia oscilla attorno ai 54 anni. Giovinetti che vanno in pensione.

E questa è la riforma che la Commissione europea si spetta. E non solo da noi perché il bubbone della spesa pensionistica accomuna molti degli Stati membri.

Nella Costituzione italiana c’è già un articolo, scritti circa mezzo secolo prima del Trattato di Maastricht, l’articolo 81 secondo il quale “ogni legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”. Sarebbe bastato il rispetto di questo articolo, fortemente voluto da Luigi Einaudi, per non avere quella massa di debito pubblico che ora ci troviamo sulle spalle. Ma così non è avvenuto. Ora ci pensa l’Europa e dobbiamo essere grati al Trattato che ci impone rigore nei conti dello Stato. Quello che non è riuscito a fare l’articolo 81 fanno e faranno i parametri europei.

E la riforma delle pensioni è lo strumento per rispettare il Patto di stabilità europeo cui aderimmo al momento della firma del Trattato.

Naturalmente rimane la speranza nella ripresa economica. Ma la riforma delle pensioni, allentando la morsa del debito, potrà aprire la strada anche alla riduzione della pressione fiscale, grande molla per il rilancio dell’economia.